CHARLIE HEBDO – Il superstite Luz: “Non siamo un simbolo”

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Sì ai presepi nei luoghi pubblici!

Un’esecuzione collettiva ha decimato la redazione di Charlie Hebdo. In risposta a quell’orrore, lo slogan Je Suis Charlie è diventato un simbolo di libertà e resistenza all’oscurantismo. Luz, storico disegnatore del settimanale, in questa intervista a Les InRocks parla per la prima volta dopo la morte dei suoi amici, alla vigilia della grande manifestazione dell’11 gennaio.

Luz disegna per Charlie Hebdo da 20 anni. Deve la vita al fatto di compiere gli anni il 7 gennaio e di essere stato in ritardo per la riunione di redazione del settimanale satirico. È anche lui tra gli autori “sopravvissuti” del numero di Charlie Hebdo in uscita il 14 gennaio, dalla tiratura eccezionale di un milione di copie. Come tutte le altre volte, si sta recando in redazione (quella di Libération che li ospita temporaneamente) per discutere di vignette, soggetti e copertina. Commenterà insieme agli altri disegnatori la grande manifestazione di domenica. All’indomani dell’attacco terroristico che è costato la vita ai suoi amici, ai suoi maestri, ai suoi colleghi, Luz racconta i suoi dubbi, i suoi timori e la sua rabbia. Devastato dal dolore, si interroga sulla possibilità di continuare a disegnare dopo quel terribile 7 gennaio 2015 e lascia una testimonianza controcorrente.

L’uscita di Charlie Hebdo mercoledì prossimo è diventata di importanza nazionale e politica. Come vivi questa responsabilità a delle condizioni così terribili?

Luz – Da quando ho iniziato a disegnare, mi sono sempre sentito protetto dal fatto di disegnare null’altro che brutte copie di Topolino. Con i morti, la sparatoria, la violenza, tutto è cambiato. Il mondo ci guarda, siamo diventati dei simboli, noi come le nostre vignette. L’Humanité ha titolato in prima pagina: “È stata uccisa la libertà” a fianco alla mia copertina su Houellebecq che, anche se c’è qualche sottotesto, è rivolta esclusivamente a Houellebecq. Ci hanno messo sulle spalle una carica simbolica che non è presente nei nostri disegni e che va oltre quello che siamo. Io faccio parte di coloro che non sono a loro agio in una posizione del genere.

Cosa intendi per “carica simbolica”?

Nel 2007, con la pubblicazione delle caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten, siamo stati definiti o provocatori o eroi della libertà di stampa. Nel 2011, quando la nostra sede fu incendiata, fummo definiti di nuovo degli eroi. Nel 2012, in occasione dell’uscita di un film idiota sui musulmani (L’innocence des musulmans), disegnammo Maometto su Charlie, come al solito. Diventammo allora dei pericolosi provocatori che fanno chiudere le ambasciate e terrorizzano i francesi residenti all’estero. I media danno una rilevanza eccessiva ai nostri disegni, mentre noi non siamo che una piccola fanzine da liceali. Questa fanzine è diventata un simbolo nazionale e internazionale, ma qui si tratta solo di persone ammazzate, non di libertà d’espressione. Delle persone che andavano in ufficio e facevano disegni.

Vuoi dire che la natura delle caricature è cambiata?

Dall’epoca della pubblicazione delle caricature di Maometto, le vignette non sono più ritenute scevre da responsabilità. Dal 2007 le nostre vignette vengono interpretate letteralmente. Alcuni disegnatori, come Plantu, credono che non si possano fare vignette su Maometto per via della loro esposizione mondiale su Internet. Bisognerebbe fare attenzione a quello che pubblichi in Francia perché potrebbe causare conseguenze a Kuala Lampur. E questa cosa è insopportabile.

Perché?

Dal 2007 Charlie è giudicato anche in termini di responsabilità. Ogni vignetta può essere interpretata come politicamente rilevante o come espressione della politica interna francese. Caricano questa responsabilità sulle nostre spalle. Mentre noi siamo un giornale come gli altri, che compri, apri e richiudi. Se c’è chi condivide le nostre vignette su Internet, se dei media le mettono in evidenza, è loro responsabilità, non nostra.

Invece accade l’esatto contrario.

Siamo costretti a farci carico di una responsabilità che non appartiene alla natura di Charlie. A differenza degli anglosassoni o di Plantu, Charlie si batte contro un certo tipo di simbolo. Le colombe della pace e altre metafore di un mondo in guerra non fanno parte del nostro linguaggio. Lavoriamo su argomenti circoscritti, legati all’umorismo francese e alla nostra analisi da piccoli francesi.

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La Francia invia aiuti ai jihadisti / “Almeno fatelo come si deve”

Delle vignette a volte volgari o punk…

A volte goffe, a volte volgari, sicuramente punk. A volte non funzionano, a volte sono bellissime. Charlie era la somma di personalità molto diverse l’una dall’altra che disegnavano vignette. La natura dei disegni cambiava in funzione della penna del suo disegnatore, del suo stile, del suo passato, politico per alcuni, artistico per altri. Ma questa umiltà e diversità di sguardi non esistono più. Ogni vignetta viene vista come se fosse disegnata da uno qualsiasi di noi. La carica simbolica attuale va contro tutto ciò per cui Charlie si è sempre battuto: la distruzione dei simboli, la caduta dei tabù, lo smascheramento delle illusioni. È bellissimo il sostegno della gente, ma non c’entra nulla con quello che sono le vignette di Charlie.

Siete diventati un simbolo di unità nazionale.

Questo plebiscito è utile a Hollande per unire la nazione. È utile a Marine Le Pen per chiedere l’introduzione della pena di morte. I simboli possono essere usati da tutti per farne quel che vogliono. Anche Putin potrebbe essere d’accordo con una colomba della pace. Ed è proprio questa la differenza con le vignette di Charlie: non si possono usare come ti pare. Quando ti prendi gioco degli oscurantismi, quando ridicolizzi dei comportamenti politici, non ragioni tramite simboli. Charb, che io considero il Jean-Marc Reiser della fine del ventesimo secolo e dell’inizio del ventunesimo, parlava della società. Coi suoi disegni andava al di là dei lustrini, faceva omini brutti col nasone. In questo momento siamo sotto tonnellate di lustrini e per me diventa difficile.

Cioè?

È veramente il caso di pubblicare Charlie su quest’onda emotiva? È opportuno farlo così in fretta per rispondere simbolicamente all’attentato? Sono queste le domande che mi pongo. Rispondere a simbolismo con simbolismo, questo non è da Charlie. Stanotte ho pensato a una vignetta che certamente non disegnerò: una traccia sul pavimento che fa il contorno delle vittime, con degli occhiali in un angolo e un balloon con scritto “hahaha”, il tutto su sfondo nero. Non è un’idea eccezionale, perché è un’idea impostami dal ragionamento simbolico.

Il problema che ti poni è “come disegnare ancora dopo tutto questo?”

Sì. E dopo tutto questo, come disegnare in quello stesso contesto? In questo Charlie di fantasia in cui ci hanno catapultato?

Come continuare quindi Charlie Hebdo?

Dare un seguito sarà complicato. Per tutte le ragioni che ti ho appena spiegato e perché dovremo lavorare senza quelle personalità grafiche, politiche, etiche e militanti che erano Charb, Tignous, Honoré e tutti gli altri. Nei momenti più difficili, quando eravamo soggetti a responsabilità eccessive, ne condividevamo il peso. Oggi restiamo Catherine, Willem, Coco e io (e Riss ferito a una spalla). Come faremo a sbarazzarci di questa carica simbolica con soltanto quattro stili? (Jul, che aveva lasciato Charlie Hebdo, si è aggiunto a loro per il prossimo numero, ndr). Molti ci stanno offrendo in dono le loro vignette. Ma avranno lo spirito di Charlie? Lo spirito attuale esiste da 22 anni. Questo giornale era la somma delle personalità che vi partecipavano.

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Putin spedisce Depardieu in Ucraina / “No alle armi chimiche!”

Hai sempre sostenuto l’opportunità di disegnare il profeta o a volte ti sei sentito come obbligato?

La cosa divertente è che abbiamo continuato a caricaturizzare Maometto dopo il 2007. Dopo le tre polemiche del 2007, 2011 e 2012, Charb e Zineb El-Rhazoui hanno anche pubblicato La vita di Maometto, in due volumi. Nessuno si è lamentato. Avevamo vinto noi. Charb voleva proseguire il suo progetto, con le sue scarpe da trekking e i suoi orrendi pantaloni militari che gli piacevano tanto. Secondo Charb si poteva continuare a far crollare tutti i simboli e i tabù. Soltanto che oggi i simboli siamo noi. Come si fa a distruggere un simbolo quando quel simbolo sei tu stesso?

Non lo so.

Nemmeno io. Non troverò la risposta questa settimana e forse non la troverò mai. Faremo uscire Charlie. Mi sforzerò di farlo. Penserò ai miei amici morti, che però non sono caduti per la Francia. Oggi si ha l’impressione che Charlie sia caduto per la libertà d’espressione. Invece, semplicemente, i nostri amici sono morti. Gli amici che amavamo e di cui ammiravamo immensamente il talento.

Jeannette Bougrab, la compagna di Charb, ha detto a BFMTV che meriterebbero di essere sepolti nel Pantheon.

Charlie va contro tutto questo. Essere sepolta nel Pantheon non ha fatto molta differenza per Marie Curie.

Sarebbe una bellissima cerimonia…

Non sono stato alla manifestazione spontanea del 7 gennaio. Alcuni hanno cantato la Marsigliese in memoria di Charb, Tignous, Cabu, Honoré, Wolinski: sarebbero rimasti disgustati da una cosa del genere. La gente può esprimersi come vuole, ma non c’è bisogno che la Repubblica si trasformi in una donna piangente della Corea del Nord. Sarebbe bruttissimo.

Immagino tu abbia intenzione di criticare la manifestazione di domani, alla luce di queste considerazioni.

Non so come sarà. Non vado contro questo tipo di cose a priori, vedrò come sarà e giudicherò. Ci saranno sicuramente delle cose belle, dei pianti, delle espressioni di gioia e forse delle cose assurde. Allo stesso tempo mostrerà il cambiamento della natura di Charlie: ci saranno quelli che ci sostengono ora che siamo morti, chi non era un nostro lettore abituale, chi ci leggeva occasionalmente. Non ce l’ho con questa gente. Il nostro scopo non era accontentare tutti.

Lo scorso novembre Charb aveva lanciato un appello per salvare Charlie. Eravate rimasti soli…

Eravamo rimasti soli da un po’, dall’ultima controversia legata a Maometto. Tutte queste vicende hanno generato così tante false idee sulla pericolosità dell’ateismo di Charlie, sulla sua islamofobia. Eravamo solo degli atei gioiosi. Tutti quelli che sono morti lo erano. E ora sono scomparsi nel nulla. Come tutti.

Che ne pensi del fatto che Manuel Valls non ha invitato Marine Le Pen alla “manifestazione repubblicana”?

Non me ne frega un cazzo.

Prevedi che Charlie si salverà?

Onestamente, cosa c’è da salvare? Ora c’è molto entusiasmo. Ma fra un anno cosa resterà di questo entusiasmo progressista in favore della libertà d’espressione? Ci saranno degli aiuti alla stampa privata? La gente si opporrà alla chiusura dei giornali? Delle edicole? La gente comprerà ancora dei giornali? Cosa resterà di questo entusiasmo? Forse qualcosa. Ma probabilmente niente.

Come lavorerete?

Continueremo a disegnare i nostri ometti. Il nostro lavoro di disegnatori è mettere i nostri ometti in una vignetta, trasmettere l’idea che siamo tutti degli ometti che si sforzano di fare del proprio meglio. Questi sono i fumetti. Quelli che sono stati ammazzati erano semplicemente persone che disegnavano piccoli ometti. E piccole donne.

Ed è troppo chiedere a dei piccoli ometti di salvare la Repubblica?

Esatto.

Intervista di Anne Laffeter

Traduzione di Adrien Vaindoit

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Comments (9)
  1. Theolonius 13 gennaio 2015
    • Adrien Vaindoit 13 gennaio 2015
      • salvatore 14 gennaio 2015
      • Theolonius 15 gennaio 2015
  2. Theolonius 13 gennaio 2015
  3. Antonio C. 13 gennaio 2015
    • Andy Crop 10 febbraio 2015
      • Theolonius 13 febbraio 2015

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