Facebook e l’era del conformismo – Intervista a Daniele Rielli

storie-dal-mondo-nuovo-rielli-copertina-ridjpgAvevamo lasciato Daniele poco dopo l’uscita del suo penultimo libro, quando ancora si faceva chiamare Quit the Doner e con noi aveva fatto il punto sull’imminente apocalisse. In mezzo c’è stato il suo primo romanzo, Lascia Stare la Gallina (Bompiani, 2015), prima sua escursione nei territori della fiction. Oggi approfittiamo dell’uscita per Adelphi di Storie dal Mondo Nuovo per chiedergli a che punto è l’avanzamento dello stato di decomposizione dell’umanità.

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LINK A STORIE DAL MONDO NUOVO (ADELPHI, 2016)

Ciao Daniele, stai aspettando il treno? Volevo chiederti: i giornali sono in caduta libera di vendite, ma il dibattito politico sul web è generato proprio dalle testate online, che cercano di rendere cliccabili le notizie in ogni modo, da cui slogan, semplificazioni, manicheismo. Pensi che, se l’informazione online trovasse una fonte di introiti più solida, il dibattito in rete, e quindi la salute della nostra democrazia, migliorerebbe? O è forse la mente umana che è più permeabile a certe cose rispetto ad altre? In fondo slogan, semplificazioni e manicheismo sono gli stessi effetti collaterali della tv. 

Credo siano almeno due problemi diversi. Da un lato c’è il problema di trovare i soldi per rendere sostenibile il giornalismo di qualità online, una questione che allo stato delle cose mi sembra irrisolvibile. Sta diventando anzi sempre più evidente a un numero crescente di osservatori che puntare molto sul web e non aggiornare i prodotti cartacei, mandandoli sostanzialmente a morire con i loro lettori più anziani, si stia rivelando una strategia suicida. Online le pubblicità vengono pagate cifre ridicole, gli utenti usano sempre di più gli ad-block (in Italia praticamente se n’è accorto solo Aranzulla, ma prima o poi ci arriveranno anche i giornali) e tendenzialmente non sono disposti ad abbonarsi a un prodotto che non ha una controparte fisica.

Il risultato è che online puoi trovare principalmente cose fatte in fretta e furia con pochissime risorse, schifezze acchiappa click, o, nelle nicchie, bei pezzi prodotti in perdita (della testata o dell’autore), o, nelle super-nicchie, cose abbastanza tragicomiche come i long-form da cameretta, scritti cioè senza alcun reale lavoro giornalistico o di ricerca ma molto ben informati sulla lanugine ombelicale.

Tutti questi mondi, e le loro varianti, non comunicano fra di loro perché vivono avvolti da una filter-bubble in cui l’unica cosa che conta è quello che dice il nostro simile con cui sappiamo di essere già d’accordo, e a tutto quello che sta fuori dalla bolla viene dedicato di default solo disprezzo e sarcasmo. I contenuti su Facebook sono a base identitaria, servono cioè a giurare e rigiurare fedeltà al gruppo a cui si sceglie di appartenere, è in fondo del tutto irrilevante che sia quello di coloro che odiano i politici, dei nazionalisti, della sinistra extraparlamentare, o di coloro che si sentono superiori a questo genere di categorie.

Nessuno nella vita “fisica” dedica tutto questo tempo a farci sapere cosa pensa di ogni argomento possibile, mentre su Facebook ci sentiamo in dovere di prendere una cassetta della frutta e salirci sopra e incominciare a sbraitare in mezzo alla piazza, compito storicamente riservato ai pazzi. Come sempre quando si parla alle folle è meglio farlo senza usare mezzi toni, possibilmente prendendosela con qualcuno, è un dato di fatto che i post “contro” funzionano sempre di più di quelli a favore di qualcosa, d’altro canto, come è più che noto, la categoria base del politico è quella del nemico.

Il meccanismo che sta alla base di Facebook è identitario e quasi tutto quello che facciamo sulla piattaforma è rinforzare il piccolo-grande clan in cui siamo inseriti e il modo più semplice è attaccare chi non fa parte del gruppo. Il risultato è un ambiente che potenzia in maniera drammatica il conformismo proprio mentre pretende di celebrare la diversità. E qui arriviamo al secondo problema, è colpa del media o delle persone? In un certo senso credo di entrambi, Facebook ad oggi funziona come un amplificatore semi-neutro (semi perché la censura esiste) di tendenze che negli esseri umani sono sempre esistite ma che ora trovano dei mezzi di diffusione potentissimi e una mancanza di impedimenti priva di precedenti.

Il punto qui non è tanto giornalismo di qualità o meno – che è ovvio riguarderà una parte sempre più piccola di lettori, e forse neppure in digitale – ma cosa potrà accadere se la piattaforma deciderà di esercitare il suo ruolo di editore non solo quando si tratta di incassare ma anche quando si tratta di selezionare i contenuti, o meglio di farlo in maniera più stringente rispetto a quello che fa oggi. Diventerà fornitore di realtà, sostituendo i filtri tipici della vita fisica, aboliti dalla disintermediazione digitale, con filtri aziendali. Non saprei dire se un singolo soggetto ha mai avuto un potere di questa portata nella storia, tenderei a pensare di no.

Cos’hai provato quando hai visto che Morozov è amico di Di Battista?

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Dai tempi in cui l’ho intervistato uno degli argomenti che ho continuato a studiare di più è stato l’innovazione tecnologica – nel libro ne parlo nel reportage Disrupt che è un’estensione molto più articolata di un pezzo uscito originariamente sul Venerdì – e le tesi di Morozov mi paiono oggi sempre meno stimolanti, e non certo perché il tema tecnologia manchi di criticità. L’ultima sua raccolta di articoli è praticamente un ininterrotto rant manicheo e in quanto tale abbastanza privo di interesse. E ciononostante Morozov è quel tipo di pensatore di sinistra radicale che risulta più significativo per la pars destruens che per quella construens. L’endorsement al Che Guevara de noialtri mi ha stupito ma fino a un certo punto, un certo tipo di sinistra radicale che divide il mondo in bianco e nero e dai noi usa parole d’ordine come “siamo l’Italia migliore” è più simile ai grillini di quanto gli piaccia pensare. La differenza principale è che i grillini qualcuno poi li vota.

È davvero l’epoca della post-verità? Il concetto di post-verità non implica che una verità esista? Di’ la verità.

È un discorso difficile da affrontare in breve, ma se parliamo di verità all’interno del contesto “opinione pubblica” beh, è sempre stata e sempre sarà il risultato di una costruzione sociale dinamica, inevitabilmente storica e contingente. Solo uno come Travaglio può pensare che in questo ambito esitano i “fatti” come monadi immutabili e perfettamente conoscibili. L’epoca della post-verità è piuttosto l’epoca in cui a questo processo di costruzione della verità prende parte una platea di partecipanti molto più ampia rispetto al passato. Non esistono più i monopoli informativi di un tempo e miliardi di persone possono contribuire, come giganteschi sciami misurabili, alla creazione dell’opinione pubblica, il risultato è la sostituzione del concetto di verità, già ampiamente relativizzato negli ultimi secoli, con un pulviscolo di verità di clan rette dal collante del conformismo. Il tutto attraverso le dinamiche di cui parlavo qui sopra. La cosa interessante è che tutto questo avviene mentre la forma più “efficiente” di verità (quella cioè che si discosta meno dall’oggetto che prova a descrivere) ovvero quella scientifica, è più in forma che mai, e produce quotidianamente studi che contraddicono la maggior parte delle convinzioni presenti in questa nuova opinione pubblica balcanizzata.

Il tuo reportage sui graffitari e la loro lotta contro l’autorità mi ha riportato alla mente la querelle Laura Boldrini vs insultatori del web. Insultatori e graffitari hanno alcune cose in comune: agiscono sul filo della legalità, sono fastidiosi, il potere vuole debellarli. Le istituzioni vorrebbero trattare quello che si dice sul web come se avvenisse in piazza. Il fatto che Laura Boldrini abbia risposto con la gogna pubblica dei colpevoli è un segnale di resa? La libertà del web passa necessariamente anche dalla libertà di insulto?

Non bisogna confondere il diritto di critica e quello di satira, previsti dalla legge, con la libertà d’insulto. Incominciare a trattare quello che viene scritto sul web come se fosse detto in piazza mi sembra non solo giusto ma direi necessario. Il problema con il gesto della Boldrini o delle varie Selvaggia Lucarellate è che rispondere agli insulti con la gogna, specie quando la sproporzione di potere fra i due soggetti è enorme, è una cosa di una violenza ancora maggiore rispetto all’offesa. Ogni volta che accade una cosa del genere mi stupisco di come chi mette in atto questo genere di comportamenti ritorsivi non si renda conto di passare in un secondo dalla parte del torto. La Boldrini aveva tutto il diritto di denunciare in privato chi l’aveva insultata e ottenere giustizia, ma utilizzare la gogna è terrificante. Nell’ultimo episodio della terza stagione di Black Mirror Charlie Brooker tratta molto bene la brutalità della violenza “vendicativa”, quella che si fregia di agire in nome di un bene superiore e non è in ultima analisi molto diversa da quello che crede di criticare.

Spesso chi scrive anonimamente sul web viene definito vigliacco per il fatto di non metterci la faccia. Ma cosa sarebbe il web se ogni cosa che facciamo portasse la nostra firma? Lo chiedo a te che a lungo hai scritto sotto pseudonimo.

Questo devo dire non mi sembra un argomento dirimente, oggi la maggior parte delle persone che scrivono cose che non avrebbe alcuna possibilità di reggere ad una querela in tribunale, lo fanno dal loro profilo utilizzando il loro vero nome. Il mio era uno pseudonimo solo per gli analfabeti digitali, bastava usare il Whois e in due virgola tre secondi scoprivi chi ero, il che significa anche che sono sempre stato legalmente responsabile di quello che scrivevo. Per me lo pseudonimo era un modo per concentrarmi sul lavoro e lasciar perdere tutto il resto, lo ritengo ancora valido a questo scopo. Al netto del fatto che se poi compi dei reati è giusto essere chiamato in causa.

Quando hai scritto l’ultimo testo lungo a mano?

Di solito prima di scrivere al computer prendo sempre appunti a penna e faccio gli schemi della struttura del pezzo su carta.

Come gestisci la tua filter bubble? Includi volontariamente anche qualcosa che detesti?

No, io guardo pochissimo il feed di facebook, quindi non mi pongo il problema. Entro, posto quello che devo postare, leggo i messaggi, esco. Quando non sono in viaggio passo il mio tempo in una stanza piena di libri, un ambiente molto più interessante di Facebook. Se potessi però il mio profilo lo chiuderei domani, non posso farlo perché sarebbe un problema per il lavoro.

Secondo te esiste un lavoro più bello di quello del grafico di Adelphi?

Ahaha, forse no. Comunque anche essere un autore, ti dirò, non è male.

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