GIORGIO MONTANINI, un nemico pubblico sul servizio pubblico

Fabio-Fazio-Che-Tempo-Che-Fa-1-dicembre-2013-1024x579

Buonasera a tutti, amici di Che Tempo Che Fa, volevo mostrarvi una cosa che ho comprato all’Ikea, il mio nuovo soprammobile Lagerbäck: lo metti in un angolo, ti presenta gli ospiti, e nel tempo libero tiene Daniele Bossari lontano dalla strada.
FL: Grazie Fabio, sono sempre emozionata quando facciamo puntate monografiche. Il fondo l’abbiamo toccato quella volta che Bertinotti e Veltroni hanno cantato “Qualcuno era comunista” di Gaber, ma abbiamo deciso di cominciare a scavare con la serata-evento di oggi, che come sapete è una puntata monografica dedicata al personaggio che insieme a Leopardi e Valentino Rossi ha dato maggior lustro alla regione Marche.
Approfittiamo che sia ancora vivo per fargli una brevissima intervista, è qui con noi Giorgio Montanini!

[Jingle di Gualazzi, cinquantenni medioborghesi si sdilinquiscono]

Ciao Giorgio, ti trovo bene.
Ciao, sì sì, sto bene grazie. Ci tenevo a precisare che Valentino Rossi è marchigiano solo per una questione burocratica, in realtà le Marche, quelle vere, non arrivano fino al pesarese. Noi non li consideriamo marchigiani e loro si guardano bene dal considerarcisi.

Avresti mai immaginato che un giorno saresti stato mio collega di rete?
Sono semplicemente onorato. Tempo fa, a testimonianza della mia stima nei tuoi confronti, ti ho anche citato in un mio monologo. Avevo detto “Fabio Fazio, una faccia da seminarista al quale, da piccolo, hanno rotto il culo”. Non faccio mai battute su personaggi che non siano degni di essere menzionati, quindi lo considererei un complimento.

Iniziamo con le domande facili. Qual è la volta che te la sei vista veramente brutta sul palco? (Scusa per le domande banali, ma Serra da quando si è comprato l’iPhone non fa che stare su Twitter e non c’è nessuno che me ne scrive di migliori).
Una volta volevano menarmi perché ho parlato male di Berlusconi, un’altra ho fatto spettacolo sotto la pioggia e la gente con gli ombrelli aperti seduta a 50 metri da me, un’altra mi hanno fatto cori da stadio contro appena salito sul palco perché volevano la discoteca e non un comico. La vita del comico sconosciuto in Italia è sangue e arena purtroppo.

Non reagisci molto bene quando qualcuno parla o interviene durante le tue esibizioni, ti incazzi proprio! Certo, si tratta di un monologo, ma comunque la “quarta parete” non c’è e la gente non può sapere che il loro coinvolgimento è solo strumentale.
In realtà non mi incazzo veramente, ma devo dare la sensazione che non ci saranno ulteriori deroghe.
Il pubblico non è il protagonista della serata, il pubblico è fruitore dello spettacolo. Però qualcuno ha sempre quella voglia di apparire, di salire in cattedra, di farsi notare. Io quella voglia la stronco subito.
Il mio non è uno spettacolo di cabaret, nel quale si coinvolge il pubblico con argomenti largamente condivisibili, espressioni come “è vero o no?!?”, o facendolo addirittura salire sul palco.
Spesso i cabarettisti fanno salire spettatori sul palco e li prendono per il culo. Oppure, nella versione più classica, il cabarettista usa costantemente una o più persone del pubblico come espediente comico. E li prende per il culo. Tutti gli altri ridono.
Io so benissimo quello che ho da dire, il pubblico che interviene disturba solamente. Me e gli altri che mi stanno seguendo.

Quali sono gli svantaggi del mestiere di saltimbanco?
Gli svantaggi non riguardano la professione in sé, che già ne ha diversi… Le maggiori difficoltà si riscontrano a causa del tipo di comicità.
Cercare di fare satira ricalcando lo stile della stand-up comedy anglosassone che, come tu m’insegni, tratta argomenti di ogni genere in modo esplicito, diretto, senza giri di parole, senza nessuna preclusione alla volgarità… Paga lo scotto di non avere un pubblico già abituato a questo stile. A Satiriasi siamo i precursori, i pionieri di una comicità che in America c’è da 50 anni. In Italia stiamo cercando di esportarla, e come ogni novità c’è chi storce il naso, magari senza conoscerci. Quello che maggiormente spaventa di più, credo sia il nostro tentativo di frantumare i luoghi comuni.
La comicità televisiva vive e si nutre di luoghi comuni rassicuranti, anche chi fa “satira” in tv, rimane dentro un recinto ben definito, che alla fine della fiera non disturba nessuno o quasi.
Abbattere quel recinto invece, disorienta, fa perdere gli appigli, le sicurezze, ed è per questo che molti considerano quello che faccio e che facciamo noi di Satiriasi, “troppo forte”… Sia nell’accezione negativa che positiva dell’espressione.

Pensi di reggere fino alla vecchiaia inventando ogni anno qualcosa di nuovo?
Oddio che domanda, fatta ad un giovane trentaseienne che vede all’orizzonte il sol dell’avvenire… Che ti devo dire, penso di sì.
Non credo che mancheranno mai gli stimoli a trovare qualcosa di nuovo, poi non è detto che si debba trovare sempre un argomento originale e mai trattato, la bellezza di questo lavoro è che a 50 anni non farai mai un monologo sul sesso uguale a quello che hai scritto quando ne avevi 32.
Il bagaglio di esperienza che via via si fa sempre più pieno, la società che cambia restando spesso uguale, l’avvicinarsi alla morte e il fregarsene sempre di più di quello che pensa il pubblico, credo siano una fonte inesauribile di materiale sul quale scrivere e salire sul palco.
Pensa a Bill Hicks, abbiamo avuto l’enorme e bastarda sfortuna di perderlo prima ancora della sua maturazione artistica. Chissà che avrebbe combinato all’età di George Carlin, potenzialmente ci siamo persi molto.
O forse, guardandola da un altro punto di vista, non abbiamo rischiato che rincoglionisse come è successo al Benigni nazionale.
Che cazzo ti devo dire, in fin dei conti non lo so… È proprio una domanda stronza la tua.
Per quanto mi riguarda, un azzardo lo voglio fare, malauguratamente diventassi famoso e di conseguenza ricco, credo che passerei molto più tempo a bere, scopare e fare il lavaggio del sangue per ripulirlo dalle droghe piuttosto che stare tutti i giorni a pensare cosa scrivere.
In questo lavoro, la fame e l’esigenza di dire qualcosa sono fondamentali.

Dai, magari se tieni botta ti invito come ospite al mio Sanremo 2043. Hai mai pensato di scrivere un libro? Il pubblico di Che Tempo Che Fa si sarà indispettito quando ha scoperto che sei venuto qui senza vendere la tua opera dattiloscritta.
Non ci ho mai pensato sinceramente, e non so se ne sarei capace. Potrei contattare i ghost-writer di Fabio Volo e vedere se hanno qualche ideuccia carina e un po’ ruffiana anche per me.

Che te ne fai del tuo vecchio materiale?
A prima vista sembra una domanda idiota… Poi mi rendo conto che non saprei risponderti all’impronta. Non mi pongo proprio il problema, scrivo, di media, uno spettacolo all’anno. Immagino che quando dovrò utilizzare il meglio del mio repertorio avrò una bella scelta. Non tutto quello che ho scritto continua a piacermi, o non mi piace come prima. Altre cose invece sono ancora molto belle, sempre secondo me. Metterò da parte le prime e conserverò le seconde.

Cosa manca ai programmi televisivi italiani (eccetto al mio)?
La televisione italiana credo sia al livello più basso nella sua pur brevissima storia. Anche il semplice intrattenimento è banale standardizzato verso il basso, terribile.
Un programma dovrebbe cercare di andare incontro ai gusti del pubblico, ma per prima cosa deve capire che non TUTTO il pubblico potrà apprezzare, una cosa piace a qualcuno e a molti altri no. La tv invece è terrorizzata dal rifiuto, quando invece il rifiuto è sano nell’intrattenimento.
Questo tentativo di compiacere ha fatto in modo che qualsiasi cosa venga trasmessa risulti sbiadita, mediocre, non infastidisce e non conquista.
La mia opinione è che si debba fare intrattenimento generalista senza scadere nel banale.
Come dico nel mio spettacolo, 2000 anni fa “il pubblico” andava a vedere la Medea, Edipo Re che non erano spettacoli di nicchia, erano popolari. Noi oggi abbiamo l’Arena di Giletti e Porta a Porta con la Franzoni, è evidente che abbiamo perso terreno.
La funzione catartica dell’arte è completamente svanita, anche se è uno dei principi fondanti dell’arte stessa. Se sali sopra al palco, fai un film, fai uno spettacolo teatrale, canti una canzone e sei più banale del pubblico che vuoi intrattenere è inutile che tu faccia lo sforzo, di te non c’è bisogno.

I miei autori hanno visto al posto mio il tuo ultimo spettacolo. Michele Serra mi ha appena inviato un tweet in cui mi dice che chiudi il monologo addirittura con un florilegio di bestemmie. Accantonando i paragoni, sei sulla stessa scia di Lenny Bruce che anestetizzava la parola “nigger” ripetendola all’infinito e delle “Seven dirty words” di George Carlin. Oggi siamo tutti bravi ad apprezzare quei classici, ma sentendoti pronunciare su un palco le espressioni che sono ancora tabù oggi in Italia ci si rende davvero conto del coraggio che ci vuole. Il pubblico come reagisce? Per i più piccini all’ascolto, l’espressione in questione è “Porco dio”.
Sì, il concetto è proprio quello di Lenny. La violenza di una parola sta nella sua repressione.
Oggi pensare che ci sia qualcosa che “non si può dire” suona anacronistico, invece abbiamo ancora la bestemmia che viene punita con una sanzione, una multa. Trovo la cosa quanto meno comica, se non tragica. Oltre al problema dei tabù sociali che un comico satirico affronta, mi sono sorpreso per primo io della potenza dei tabù linguistici. La bestemmia ne è l’esempio più sfolgorante e d’impatto. In ogni caso non parlerei di coraggio, per me è godimento puro notare le reazioni e viverle insieme al pubblico, ogni volta diverse. Ecco, quello è un momento fortemente liberatorio. La religione è fondata sulla violenza, la violenza della repressione. Repressione dell’istinto, della natura, della parola. Altro che amore.
La religione è violenza. Io, come un po’ tutti, l’ho subita crescendo in una società impregnata di cultura cattolica, con questo monologo (come in altri sulla religione) cerco solamente di depurarmi un po’.

Tempo fa ti chiesi cosa avresti fatto se un giorno avessi avuto un tuo spazio televisivo. Tu mi rispondesti: “Non credo che avrò mai uno spazio in TV, ma credo che se lo avessi, passerei tutto il tempo a mia disposizione a tirare fuori tutta la merda che negli anni m’è sgusciata dentro e la tirerei in faccia a tutti quelli che mi guardano. Un po’ di quella merda è uguale a quella che hanno loro. Sarebbe di grande utilità sociale.” Ora, caro il mio chiagni e fotti, uno spazio televisivo ce l’hai, e sarà addirittura un programma su Rai Tre (Nemico Pubblico, scritto con Filippo Giardina e Francesco De Carlo, in onda dal 6 maggio, ndmestesso). Stando a quanto dicevi, ora possiamo lecitamente aspettarci che stuprerai un maiale in diretta? 
Eh… Chi l’avrebbe mai immaginato. Se l’avessi saputo, col cazzo che avrei fatto proclami così altisonanti. In ogni caso, c’è la forte sensazione che stavolta si veda qualcosa di diverso in tv. Ci saranno autentici monologhi di stand-up comedy, ripresi live, in un locale vero e non in studio. E candid camera politicamente scorrette. Linguaggi diversi tra loro, ma con una coerenza narrativa molto forte in ogni puntata. Però non mi sento di sbilanciarmi sul risultato che potreste attendervi, “Black Mirror” ha innalzato follemente le aspettative di voi enciclopedici masticatori di serie tv. Mi limito a dire che, per la tv italiana di stato, sarà una bella novità. La mia speranza segreta è che faccia un bordello di polemiche, vorrei che dopo i miei monologhi si incazzassero in molti.

Fra poco ti esibirai in un pezzo in esclusiva per noi, appena Gramellini si leva dai coglioni. Cosa vuoi dire per incoraggiare gli animalisti a cambiare canale?
Ma io non ce l’ho mica con gli animalisti. Io, da incoerente incallito, noto solamente l’incoerenza di molte persone che abbracciano una causa solo per sentirsi migliori degli altri. Lo fanno per loro, non lo fanno per gli animali o le piante. Non dico che tutti siano così, dico che la maggior parte delle persone fanno sì, gesti lodevoli, ma le motivazioni non sono così nobili. Il motivo profondo è molto egoistico, il fine è un bel gesto… E ben venga.
Ma non sentiamoci migliori degli altri, altrimenti mandiamo a puttane quanto di bello abbiamo fatto. Poi se qualche animalista si sente oltraggiato dai miei monologhi, bene, vuol dire che ho fatto discretamente il mio lavoro. La satira divide, non unisce.

Sai che ti dico?  Taglio l’intervento di Gramellini, ché tanto è sempre la solita lagna, e passo subito la parola a te, signore e signori, Giorgio Montanini!

Comments (8)
  1. salvatore 15 aprile 2014
  2. salvatore 15 aprile 2014
  3. Antonio C. 19 aprile 2014
  4. finduz 20 aprile 2014
  5. Adrien Redking 25 luglio 2014
  6. simone 11 agosto 2014
  7. infobox 7 giugno 2017
  8. simone 10 luglio 2017

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *