Whatsapp e inferno tecnocratico | Intervista a QUIT THE DONER

Internet è soprattutto uno strumento in grado di fornire un potenziale di controllo senza precedenti

Quit the Doner

quitaly

Ovviamente la frase iniziale è soltanto una sintesi di un discorso molto più ampio ed è stata estrapolata solo per accalappiare lettori. Riguarda solo uno dei tanti temi affrontati da uno degli autori italiani che forse meglio riescono a cogliere lo spirito del tempo e restituire una visione del reale in tutta la sua complessità senza bias nostalgici o ideologici. È stato al Mercato Ortofrutticolo di Milano e ha tratto conclusioni sull’economia globale e sull’integrazione, ha indossato i Google Glass arrivando a definire il mutamento antropologico dell’umanità del XXI secolo, ha demolito il concetto di femminicidio in un vero e proprio pamphlet sulla comunicazione e soprattutto ha elencato i 5 buoni motivi per non votare Beppe Grillo, in un giornalismo ibridato anche a una certa vena comica che ne favorisce e stimola la lettura. Bolle mediatiche, movimenti populisti e nuovi mezzi di comunicazione gravitano intorno a un filo conduttore fatto di esasperata semplificazione, pressappochismo e incapacità a problematizzare, nemici contro i quali si scagliano nella forma e nei contenuti i reportage longform di Quit the Doner, il nostro ospite di oggi, collaboratore tra gli altri di VICE e Linkiesta che ha da poco pubblicato Quitaly (Indiana Editore), un libro che consigliamo e che potrete acquistare tramite i link raggiungibili soltanto dopo aver superato questo monolitico wall of text.

Allora Quit, quanto è lungo questo libro?
Il libro è lungo 240 pagine ma se fosse stato per me ovviamente avrei aggiunto uno zero. Almeno uno, perché ad essere sincero ho sempre sognato di fare un libro lungo 24mila pagine. Adoro i libri lunghi come elenchi del telefono, se non ti piacciono puoi sempre usarli per picchiare la gente durante gli interrogatori senza lasciare segni, il che è un bel vantaggio se il tuo coinquilino non vuole rivelarti dove ha nascosto le Macine, o ambisci ad entrare nelle forze dell’ordine. Spero di non avere vincoli di lunghezza per il mio primo romanzo “Sant’Agostino e le droghe in polvere” che se tutto va bene dovrebbe uscire l’anno prossimo, mi auguro per le edizioni Paoline. Nel frattempo però c’è Quitaly , dentro ci sono i migliori reportage dello scorso anno, tutti rivisti, e tre lunghi inediti che occupano 70 pagine. Il primo reportage “in gita di piacere nel complotto” è un viaggio nel mondo dei complottisti contro le scie chimiche, ho pensato che fosse utile conoscere i protagonisti del movimento prima che diventino ministri dei trasporti del futuro governo a cinque stelle. Il secondo reportage inedito è la storia della famiglia proprietaria della trattoria “Gianni” nel reggiano, dove nel 1970 in incognita si federarono le brigate rosse, travestite da studenti di sinistra, alcuni di loro dormirono persino dal parroco del paese. La storia riguarda in particolare della signora Anna, una donna con un concetto di dignità così forte da sembrare fuori dal tempo, che oggi ha 74 anni al tempo ne aveva trenta ma aveva già alle spalle un’infinità di lavori durissimi e di fronte a quelli che si proponevano di lottare per quelli come lei non si accorse di nulla. È un pezzo a cui sono molto affezionato perché mostra come alle volte la storia collettiva della nazione e quella personale si incrociano e come sia molto facile ignorarsi a vicenda. Inutile anche dire che fra la storia dei brigatisti quella della signora Anna preferisco di parecchio la seconda. L’ultimo inedito invece è un racconto surreale, una lunga parodia di Apocalypse now ambientata nella notte del redentore a Venezia, e non c’entra nulla con quello che avete già letto su VICE. Racconta il prima e il dopo rispetto al reportage pubblicato e affronta la questione del lavoro creativo attraverso le sagge parole del Pingue, asserragliato come il colonnello Kurz sull’isola della Giudecca con un esercito di giovani e violentissimi stagisti. L’ho scritto quando c’era tutto il dibattito su #Coglionino perché volevo qualcosa di più articolato di “qualsiasi tizio ha deciso unilateralmente di essere un “creativo” ha diritto a campare di loghi fatti con photoshop o battute su Renzi in bicletta” e l’altro estremo “solo il più forte sopravvive” e ho scelto la via del racconto. È di gran lunga il pezzo più folle del libro.
I reportage già editi sui giornali invece sono stati completamente rivisti e ampliati, primo perché nel libro le foto non ci sono e poi perché con Indiana, la casa editrice, abbiamo deciso di fare un lavoro più narrativo, per cui tutti i pezzi, alcuni di più, altri di meno, sono stati riscritti, sono stati aggiunti particolari, situazioni che sui giornali non avevano trovato spazio. Il ritmo è sempre sostenuto ma pensato sull’impaginazione cartacea di un libro. È stato un lavoro molto lungo e per certi versi certosino, ad Indiana fanno pochi libri l’anno e tutti curatissimi, e sono felice del risultato. La scrittura è una cosa che ha molto a che fare anche con la spazialità del mezzo che si sta usando, la musicalità della parola nella pagina fa la differenza.

Come spieghi il tuo “successo” nell’epoca dei 140 caratteri di Twitter?
Innanzitutto bisognerebbe discutere cosa si intenda per “successo”, perché il mio commercialista non sarebbe d’accordo su questo termine, ma facciamo finta di averlo fatto e saltiamo alla seconda parte della domanda, la cui risposta sarà già di lunghezza biblica. Parti dal presupposto che twitter non è la realtà, è un mondo ampiamente sopravvalutato, chi basa le sue strategie comunicative esclusivamente su social media come twitter è destinato al fallimento o alla nicchia, inevitabilmente. Tutta la vicenda del ruolo di twitter nella primavera araba ad esempio, è una gigantesca bolla mediatica, come ha dimostrato Evgeny Morozov. Ciononostante il web sta effettivamente cambiando il mondo, ma in Italia, un Paese orgogliosamente gerontocratico e per questo assolutamente incapace di reagire ai cambiamenti globali, Internet viene vissuto come una specie di misterioso orpello magico e generalmente sopravvalutato nella sua funzione progressiva. La realtà è che Internet è soprattutto uno strumento in grado di fornire un potenziale di controllo senza precedenti. In America esiste un certo dibattito, anche se minoritario, sul tema, da noi certi editorialisti tecnologici dei grandi quotidiani fanno quasi tenerezza da quanto mostrano di non sapere nulla di quello di cui si occupano. Tenerezza, spavento o disgusto, dipende dai momenti. Per tornare alla tua domanda, rispetto alla lunghezza dei miei pezzi non credo che il paragone sia da fare con Twitter, che comunque pur essendo costretto ad usare trovo un mezzo veramente aberrante o ridicolo quando si fanno dei tentativi di dibattito in 140 caratteri, bensì con buona parte del giornalismo italiano degli ultimi vent’anni, dove qualsiasi forma di complessità è stata combattuta all’arma bianca.
In generale nell’industria culturale del nostro paese, quindi compresa la tv ecc…, c’è stato un mostruoso livellamento verso il basso. Ogni cosa deve essere il più semplice possibile, non deve presupporre alcuno sforzo interpretativo. Per farti un esempio concreto, sto parlando degli sceneggiati in cui ogni 3 minuti tutto viene rispiegato o dei reality da due soldi dove funziona esattamente allo stesso modo. Lo scopo ovviamente è permettere che chi si sintonizza in un momento qualsiasi di capire tutto di quello che sta succedendo. Che una parte dell’offerta risponda a queste caratteristiche è fisiologico e forse non è nemmeno sbagliato, che succeda così per tutto è invece preoccupante. Io credo che fra l’essere ostici e fini a se stessi e Un Posto al Sole ci sia spazio per qualcosa nel mezzo. Il giornalismo cartaceo, tranne rare eccezioni, in Italia invece ormai funziona più o meno come la tv, tutto è ridotto a slogan semplificati, forzati, imprecisi, i lettori lo sanno, si aspettano questo e non comprano più i giornali. I giornalisti della vecchia generazione di solito però danno la colpa esclusivamente a Internet. Che ci sia un problema di contenuti non li sfiora nemmeno lontanamente. Per farti un piccolo esempio che riguarda la mia storia personale: l’anno scorso avrò scritto circa 400 pagine fra reportage e analisi per i giornali per cui lavoro, materiale che ha avuto complessivamente un successo ben più ampio dei 5 buoni motivi, ma ogni volta che mi intervistano divento “il blogger che che sfidò Grillo” o qualcosa del genere. È più forte di loro. La cosa grave è che secondo loro questo è il modo giusto di fare giornalismo. Se gli dici una parola specifica che ha un senso preciso nel discorso, quasi sempre tentano di riportarla una parola che di solito si usa sui giornali. Fa niente se il discorso che stai facendo così va a puttane. Devo aggiungere che non è nemmeno sempre colpa del singolo giornalista, è proprio la struttura delle testate che è così, i capi hanno alcune aspettative e se vuoi lavorare ti devi adeguare a tutto questo, ridurre la realtà a slogan, di cui poi alla gente frega sempre di meno, fortunatamente. Il risultato è che poi quando intervisti le persone e gli dici che sei un giornalista, ti trovi di fronte a un inevitabile muro di diffidenza e un po’ di disprezzo. La credibilità della categoria è ai minimi storici e questo rende il lavoro parecchio più complicato. È anche una questione di scelte stilistiche, il sommo David Simon dice che perché ci sia del drama sono necessari i momenti di anti-drama, se vuoi raggiungere le persone non puoi urlare sempre, smetteranno presto di ascoltarti. Ci sono molti modi di realizzare qualcosa di diverso, io ho trovato una via ma non è certo l’unica, né necessariamente la migliore, anzi. Le possibilità sono infinite e in un bel giornale ne andrebbero rappresentate il più possibile.
Personalmente lavoro molto su tempo e ritmo della narrazione, cerco di realizzare un testo a più livelli di interpretazione, fruibile sia ad un livello immediato che ad uno più “alto”. Un giornalismo ibridato con la narrativa e la comicità, che prova a rispettare a priori le parole delle fonti e la crudezza dei fatti, senza ricondurli forzatamente dentro questo o quel dibattito del momento, ma raccontandoli con una voce che può piacere o meno, ma se non altro è autonoma. Provo, assieme ai miei datori di lavoro, a concedere alle storie lo spazio che meritano, dargli il tempo di svilupparsi, raccogliere molto materiale e poi selezionare, inserendo quando riesco degli elementi di storytelling, in modo da tenere lì il lettore, fornirgli un po’ di gratificazione in cambio del tempo per la lettura. Poi cerco pure di divertirmi perché se non ti diverti tu, non puoi pretendere che si divertano gli altri.
In America hanno una tradizione enorme e molto varia nel longform journalism dal classico new-journalism, al gonzo, all’immersive di Vice ai reportage di gente come Langewiesche o Osborne o più in generale i reportage infiniti del New Yorker, tutta roba che mi fa godere molto (le uscite di giornalismo americano nella “collana dei casi” di Adelphi ad esempio potrebbe sostituire in blocco le scuole di giornalismo italiane e vivremmo in un Paese migliore), anche se non rappresentano la mia sola fonte d’ispirazione, comicità e filosofia sono per me altrettanto importanti per il mio lavoro. Per provare a fare cose di questo tipo è importante avere una voce tua, qualcuno che decida di investirci due lire e più importante di tutto non pensare al lettore come a un imbecille incapace di leggere più di due righe e mezzo. Se rispetti questi requisiti puoi fare le cose più varie, belle e divertenti o anche molto serie, mica tutto deve essere cazzone come quello che faccio io. Grazie a dio.

Nei tuoi articoli tratti dei temi più disparati: Google Glass, femminicidio, politica, cinema, tv, ma allora questa laurea in filosofia serve?
Ah, dipende. Non serve necessariamente per trovare lavoro, ne ho parlato a lungo qui. Diciamo che può fornire alcuni strumenti utili all’interpretazione della realtà ma può anche infilarti in vicoli ciechi. Possedere questo tipo di conoscenza e non trovare per essa alcuna applicazione reale può essere una situazione molto spiacevole, ed è un rischio quasi inevitabile. Io ci sono passato dentro per un lungo periodo che mi appariva dolorosamente senza sbocchi, in cui mi sono inventato tutta una serie di cose che non c’entravano nulla con quello che avevo studiato. Anche lì comunque un certo modo di ragionare analiticamente mi è stato utile, e complessivamente ogni esperienza nella vita è preziosa, è sempre meglio fare qualcosa piuttosto che stare lì ad aspettare che qualcuno ti faccia fare il lavoro per cui hai studiato. Ad ogni modo è un percorso che consiglierei solo alle persone veramente motivate, che non si sentono in grado di fare altro ma sanno che probabilmente gli toccherà. Se hai ben chiari tutti questi limiti e i rischi connessi è una disciplina stupenda che rende la propria vita molto più ricca, bisogna venire però a patti con la sua inutilità di fondo e col fatto che la vita complessivamente è una tragedia, sono i singoli momenti che possono essere divertenti, come diceva Woody Allen.

Mi sembra che la tua visione del mondo sia abbastanza apocalittica. I Google Glass per te sono “un progetto di mutamento antropologico e di dominio globale”. Quanto ci rimane?
Non è tanto questione di quanto tempo ci rimanga, ma della tendenza fondamentale del nostro tempo. L’apparato tecnico è destinato a governare le nostre esistenze in maniera radicale, Heidegger questo l’aveva capito quasi un secolo fa. Nella tecnica si esprime compiutamente il nichilismo, la soggettività umana è destinata a scomparire e farsi determinare dall’apparato tecnico. L’unico limite del reale, che diventa anche l’orizzonte a cui tutto tende è quello del tecnicamente fattibile. La cosa che però non era prevedibile, o quanto meno non era stata prevista, era che la tecnica si sarebbe concentrata sul trattamento delle informazioni più che su strumenti di manipolazione fisica della realtà. Una volta pensavamo che nel futuro ci sarebbe stato il teletrasporto, invece c’è Whatsapp e un cazzo di monolite nero che non smette di vibrare in tre modi diversi, nessuno dei quali è in grado di provocare piacere.

Neil Postman descrivendo l’èra televisiva in “Amusing Ourselves to Death” dice: “Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni; Huxley, quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley, che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazioni e bambinate. Nel Ritorno al mondo nuovo, i libertari e i razionalisti – sempre pronti ad opporsi al tiranno – «non tennero conto che gli uomini hanno un appetito pressoché insaziabile di distrazioni». In 1984, aggiunge Huxley, la gente è tenuta sotto controllo con le punizioni; nel Mondo nuovo, con i piaceri. In breve, Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley, da ciò che amiamo. Il mio libro si basa sulla probabilità che abbia ragione Huxley, e non Orwell”. Tu come lo aggiorneresti all’èra internettiana?
Credo che i due sistemi possano felicemente convivere, l’intrattenimento perpetuo e il gaming come strategia applicata a qualsiasi cosa, rendendo più strumenti possibili simili alle slot di Las Vegas, siano perfettamente compatibili con una repressione violenta della piccola parte di popolazione che dissente. Da questo punto di vista non vedo contraddizioni di sorta fra un mondo di alienati davanti a una tastiera e di manganellate in piazza per chi dissente da questo modello. La contemporaneità la definirei Orwell + Huxley = spasso duro. Aggiungi poi che dipende molto da dove nasci, perché nascere nel centro di Milano o a Bel Air ti espone ad Huxley molto più di quanto non ti esporrebbe vivere a Dongguan, una delle più grandi città industriali della Cina.

bansky-tv1Hai definito la sterminata massa di dati del web più simile a rumore che ad una pluralità di discorsi. Eppure la tua forma di giornalismo lungo ha proliferato sul web rifuggendo il semplicismo e analizzando le tematiche da qualsiasi angolazione possibile.
Beh, ma sai, una cosa non esclude l’altra. Stiamo parlando di macrotendenze, non di andamenti assoluti. Il web in un Paese totalmente bloccato come l’Italia per alcune cose è anche indubbiamente una risorsa, perché ti permette di bypassare dei filtri che non funzionano più e proporti al pubblico direttamente. Su Internet vince sicuramente il gattino che suona il piano o il vecchio fascista che urla minchiate su un blog, ma c’è spazio anche per proporre dei prodotti di qualità, molto più che sui media tradizionali in questo momento storico e in questo Paese. Io credo che ci sia un enorme deficit di racconto della realtà in Italia e che questo sia dovuto soprattutto ai meccanismi di selezione delle persone che lavorano nell’industria culturale: se arrivi a pubblicare un libro, scrivere su un giornale, scrivere una sceneggiatura, dirigere un film, scrivere i testi di un programma perché tua madre è amica dell’editor o del direttore o perché sono vent’anni che lecchi il culo a tutti i vari gradi di potere intermedio che ti trovi di fronte è probabile, non sicuro al 100% per carità ma molto probabile, che non me ne freghi un cazzo di quello che hai da dirmi.
Guarda, non credo serva nascere poveri, ma se non hai provato almeno un po’ della difficoltà di vivere nel mondo reale, se non hai mai pensato nemmeno per una volta “cazzo ora sono fottuto, la mia vita è una merda, farò un lavoro che odio per tutta l’esistenza, mi consumerò nella vita di un altro e poi morirò nell’indifferenza cosmica dell’universo” perché tanto sapevi che ci sarebbe sempre stato qualcuno ad offrire, per diritto araldico, chance alle tue idee per quanto scadenti, probabilmente sarai sintonizzato su una frequenza creativa che a me personalmente non interessa. Prendi Grillo, lui lavora in maniera sbagliata su questo dato di fatto, il senso di esclusione dai clan, di mancanza di speranze che prova chi è fuori in questo Paese dai circoli che contano. Poi la cosa è molto più complicata di così, perché secondo me il 99% dei grillini dagli solo una possibilità e diventano molto peggio delle persone che criticano, ma tornando all’ambito culturale, se tu riesci a produrre del buon materiale fottendotene altamente di chi conta o non conta nel mondo dell’editoria, rispettando chi ti tratta come un essere umano e non accettando mai prevaricazioni che non si basino su argomentazioni solide, beh credo che il lettore lo senta e lo apprezzi. Quindi in realtà sul web c’è spazio per qualsiasi cosa, perfino per la qualità, anzi, è per certi versi è un’enorme opportunità. Poi, al di là di questo discorso sulle esperienze di vita che comunque almeno per quanto mi riguarda è una parte del tutto, il fatto è che anche il figlio di Napolitano o di Paperon de’ Paperoni domani può, in via del tutto teorica, tirare fuori il romanzo definitivo che abbassa per sempre le serrande della letteratura, ma credo che scrivere abbia molto a che fare con la vita e le cose come sono e non come dovrebbero essere, e credo anche che, al contrario, la nostra cultura sia dominata da un misto di paraculismo e vocazione moralistica e che questo sia un grosso ostacolo sulla via dell’arte.

Credi che il tuo articolo sul femminicidio metta la parola fine sull’argomento? Ha fatto cambiare idea a qualcuno? (Io ho provato a farlo leggere a qualche femminista, ma non hanno avuto la forza di leggerlo tutto)
Nessun articolo, saggio o intervento mette mai la parola fine su un argomento, non ce l’ha fatta il Vangelo sul tema addominali, non potevo pretendere di farcela io sulla questione femminicidio. Non credo che qualcuno abbia cambiato idea, o meglio non lo so. È un argomento divisivo, ho ricevuto un sacco di mail di gente che mi ringraziava di averlo scritto, si sentiva liberata. Di certo molti non sono riusciti a finire di leggerlo perché si sono irritati, il che è esattamente quello che volevo dimostrare: tutta la narrazione sul femminicidio è stata una narrazione emotiva, manipolante, e fondamentalmente un caso di pessimo giornalismo scandalistico travestito da giornalismo progressista sui diritti civili. Il risultato è stata la creazione di un tabù, perché ovviamente uccidere una donna è una cosa orribile e nessuno vuole passare per sostenitore di un simile delitto, peccato che esistano molti modi di condannare eventi di questo tipo, ed è tutto da dimostrare che il modo migliore sia creare una campagna non basata su alcuna evidenza statistica, ma solo perché “comunque è giusto”. Credo che anche ciò che “è giusto” debba rispettare un’etica del discorso e un certo grado di deontologia giornalistica. Il fine non giustifica i mezzi, e i mezzi possono travolgere i sistemi di senso che li generano rendendoli irrilevanti, il risultato poi è che la pubblica opinione diventa esclusivamente manipolazione del consenso. Quell’irrilevanza di ogni categoria dove gente come Grillo poi prospera.

La retorica comica è compatibile con il giornalismo? E che ne pensi dell’uso che ne ha fatto Obama alla Cena con i Corrispondenti alla Casa Bianca?
Il fatto è che un certo modo di scrivere è figlio direttamente di un modo di vedere il mondo, per me la comicità è un modo di rapportarmi al nichilismo, all’assenza di senso, all’imperfezione goffa dei grandi sistemi e delle grandi risposte esistenziali. Un certo tipo di risata è una dichiarazione d’intenti filosofica, di una filosofia minima e radicale. Quindi, qualsiasi cosa io scriva, comprese cose non comiche, il mio approccio all’esistenza rimane sempre lo stesso, al di là dei registri, ma certo il comico è una via privilegiata di accesso alla debolezza dell’essere in generale e nell’epoca della tecnica nello specifico.
L’ironia ovviamente ha un suo lato oscuro, può diventare un’ottima forma di comunicazione per il potere, uno scudo preventivo fra i più efficaci, ma direi che a parte qualche caso un po’ grossolano di autoironia a cui nessuno crede, inserito nel discorso pubblico di Renzi e Berlusconi mi sembra una prerogativa, e eventualmente un problema, dei Paesi più avanzati del nostro dal punto di vista del discorso pubblico. In un Paese dove hai Louis C.K. puoi avere Obama, in un Paese dove hai Panariello ti becchi Grillo, Berlusconi e Renzi. Il video di Obama non l’ho visto, ma ho visto il video promozionale con Kevin Spacey-Frank Underwood e l’ho trovato stupendo. Tu immaginati la stessa cosa fatta in Italia, ci sarebbe solo una parola per definirla: grottesca. E credo che il distinguo principale sia la meritocrazia. Gli Stati Uniti non sono il paradiso in terra, anzi, ma sicuramente è più facile incontrare professionisti che sanno fare i professionisti e i veri professionisti sono una categoria umana che stimo molto, perché stanno dove stanno lì grazie a quello che sanno fare, una cosa che qui da noi è come dire “facciamo la rivoluzione”.

Hai mai scritto per giornali di carta?
Ho iniziato sui giornali di carta e ci scrivo ancora. Come Quit scrivo su Riders, che è un giornale fatto bene da gente sveglia. Non ho nulla contro il cartaceo in sé per sé, anzi credo che il futuro del cartaceo saranno i periodici derivati dalle testate web-based. Io amo la carta, per dirti, odio gli ebook e spendo cifre folli in libri con cui poi giaccio nel letto in maniera peccaminosa.

Che vantaggio trai dall’anonimato?
Ho più tempo per leggere e lavorare, aggiungi che a me di essere famoso non me ne frega proprio nulla.

Gay Talese o Hunter Thompson?
Hunter.

Grillo o Casaleggio?
Posso bestemmiare?

Severgnini o Serra?
Nessuno dei due.

A che ora ti svegli al mattino?
Guarda ti avrei detto le 9, ma Giulio D’Antona su Linkiesta ha rivelato che mando i pezzi in redazione alle 6 del mattino, quindi devo ramificare un po’ la risposta, come se poi gliene fregasse qualcosa a qualcuno. Se è un giorno di consegna vado a dormire fra le 4 e le 6 di mattino, quindi poi non mi alzo esattamente prestissimo. Normalmente comunque attorno alle 9, ma anche molto prima, se devo prendere il treno per un viaggio di lavoro. Domani mattina ad esempio ho un aereo alle 6 e 50. Immaginati tu che ora mi devo alzare.

Quali sono le riviste (online e non) che vale la pena leggere oggi?
In generale leggo i giornali italiani quel poco che mi serve per lavoro e grazie a dio ho degli abbonamenti aziendali, perché altrimenti mi piangerebbe il cuore a dare un euro e trenta per i quotidiani italiani che ci sono oggi in edicola. Spendo invece volentieri dei soldi per avere le copie cartacee di alcune testate americane, trovo che mi rispettino maggiormente come lettore, innanzitutto.
Direi il New Yorker, l’International New York Times, L’Atlantic, The Verge, Internazionale e ovviamente Linkiesta, Vice e Riders, a queste ultime tre sarebbe anche il caso di donare i propri averi.

 

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Comments (1)
  1. Daniele Rielli 7 giugno 2017

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