STEVEN WRIGHT – When Stand Up Stood Out (2003)

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Gentili onironauti della domenica,

oggi vi doniamo, voltata in italica favella, l’intervista a Steven Wright pubblicata l’altro giorno da splitsider.com nella quale il comico americano racconta i suoi 35 anni di stand-up, parlandoci della sua comicità e svelando anche perché e come ha messo lo zampino nell’ultima stagione di “Louie” (ve n’eravate accorti, vero?).

Giusto per non farvi mancare nulla e continuare a coccolarvi immeritatamente, vi rifiliamo anche due bei video, che potrete visionare solo dopo aver letto l’intero articolo e sbloccato la funzione play rispondendo a tre difficilissime domande sul senso della vita e dell’universo.

Il primo è la splendida rievocazione della prima apparizione in Tv al “Tonight Show” di Johnny Carson nel 1982, contenuta nel documentario “When Stand Up Stood Out” di Fran Solomita (con la elle, sì, tranquilli) e con la quale Wright diede una svolta alla sua ancor giovane carriera.

Il secondo è “Il più piccolo comedy club del mondo”, show minuscolo che ospita un gigante.

Fai il comico da oltre 30 anni. Quanti anni avevi quando hai iniziato?

23.

Hai debuttato “in casa”, in Massachusetts?

Sì, nell’estate del 1979. Ho iniziato in un club di Boston che si chiamava “The Comedy Connection”.

Com’è cambiata la tua comicità nel corso di questi anni?

Beh, all’inizio collegavo le battute con piccole storielle. L’ho fatto per un po’, prima di andare in tv. Quando sono andato in tv, ho iniziato a usare solo one-liners, frasi sconnesse, e l’ho fatto per molti anni. Poi sono tornato a recitare molto. In fondo, a parte questo, non è cambiato molto: siano storie o battute di una sola riga, esprimono sempre lo stesso punto di vista sul mondo.

Questi piccoli cambiamenti sono stati per lo più naturali o intenzionali?

E’ una bella domanda. Non ho mai fatto nulla per averlo deciso intenzionalmente. Mi è sempre venuto tutto naturale. Il tipo di battute, il mio modo di parlare, il modo di stare sul palco, tutto ciò che ho fatto è stato semplicemente pensare: “Oh, sento di doverlo fare adesso”. Non ho mai pensato: “Come l’accoglierà il pubblico?”

Cosa pensi dell’evoluzione della scena stand-up? La segui particolarmente?

Ho iniziato a guardare stand-up a 15 anni circa e col tempo è diventata un chiodo fisso. Ascoltavo i dischi, la guardavo in TV, guardavo sempre lo show di Johnny Carson. E’ così che ho deciso di diventare un comico: guardando lo show di Johnny Carson. Ho iniziato a fare stand-up e mi ha assorbito per moltissimi anni. Non ho mai smesso di scrivere e non ho mai smesso di esibirmi, ma da tempo invece – da quindici anni almeno – ho smesso di guardarla. Ormai conosco solo chi ha sfondato, come Louis CK e Chris Rock. Una volta invece seguivo sempre la gente nei locali, andavo nei club, mi piaceva guardarli in TV. Quindi, per rispondere alla tua domanda: non posso rispondere alla tua domanda. Non so come si sia evoluta la scena. E sai una cosa? Anche se l’avessi seguita, non credo che saprei dirti se ci sia stato un cambiamento. La comicità è fare considerazioni sulla società, davvero, e lo è ancora oggi. Tutto ha origine da questo. Non importa quale stile usi: scomponi il mondo e lo assembli, lo commenti per poi ricomporlo.

Dato che non presti molta attenzione alla scena stand-up recente e poiché hai detto che tutto ti viene naturale, non hai mai sentito il bisogno di uniformarti al resto della scena?

No, mai. Ho sempre e solo usato la mia immaginazione: penso a qualcosa di divertente e poi penso che sia abbastanza divertente per sottoporla al pubblico. Mi basta pensare: “È divertente o no?” Non serve guardare la cosa da un’altra angolazione. E’ semplicissimo. La comicità non è semplice, ma il modo di arrivarci sì.

Scrivere per il cinema e la TV comporta lo stesso processo creativo che usi per le battute di stand-up o è completamente diverso?

Beh, non ho mai davvero scritto battute per la TV.

E quando lavori su cortometraggi o cose simili?

Oh, è diverso perché nella stand-up, ovviamente, ti possono vedere e il vederti è parte della cosa, che però rimane fondamentalmente fatta di parole, di frasi. In un film hai tante altre cose che accadono. E’ come avere una tela più ampia su cui dipingere. Le parole sono importanti, ma anche l’immagine, gli altri attori, la musica, il ritmo, tutte quelle altre cose che compongono il cinema. Il cinema è più complicato. Comprende gli elementi di tutte le arti. E’ l’unico mezzo che racchiude tutte le arti in una sola cosa: immagine, suono, musica. E’ come una piccola scuola d’arte tutta in un unico progetto. Quindi è diverso in questo senso. E’ qualcosa che può essere divertente, senza che debba essere sempre così divertente. La stand-up invece deve essere continuamente divertente. Non mi lamento, ma è un dato di fatto. Non puoi tutto a un tratto fare una panoramica su un prato meraviglioso. O forse sì, potresti, ma sarebbe del tutto differente.

Fare stand-up ti ha aiutato a scrivere meglio per il cinema?

La stand-up è molto pericolosa. Impari a non voler mai annoiare il pubblico, quindi tutto è molto conciso e sempre in movimento. Non ci sono puttanate in più, non ci sono chiacchiere supplementari. E’ come: “Andiamo subito al sodo.” Quindi, in questo senso, sarebbe utile per insegnarti a mantenere alto l’interesse del pubblico. Ti serve per imparare ad evitare di mettere informazioni superflue. Lo impari facendo stand-up e, se lo trasferisci nel cinema, questo potrebbe aiutare anche il film.

Oltre all’arte, pensi di aver tratto anche delle lezioni di vita facendo stand-up?

Forse. E’ interessante perché è un genere di comicità che nasce dall’osservare le cose che le persone normali di solito non notano. L’arte – la pittura, soprattutto – è notare cose sottili. Ho iniziato a disegnare e a dipingere ancor prima di fare il comico. Così prima osservavo le cose per dipingerle, e poi le ho osservate per fare il comico. Quindi, fare comicità è quasi un esercizio delle proprie capacità d’osservazione. Si può osservare la vita in modo più dettagliato di quanto si abbia mai fatto. Osservare le cose della vita è come fare le flessioni col cervello. Finisci col notare più di quanto non avessi mai notato.

Come sei stato coinvolto in qualità di produttore consulente in questa stagione di “Louie”?

L’ho conosciuto un paio di anni fa. Vivevo a Manhattan molto tempo fa, ma non ci sarei mai tornato. E’ troppo caotica, però mi piace andarci per qualche giorno soltanto. Sono diventato amico di Louie in uno di quei periodi in cui mi fermo lì, così di punto in bianco, e poi l’anno scorso mi ha chiesto se volevo essere coinvolto nel telefilm. Non ne avevamo mai parlato, è stata una cosa del tutto improvvisa. Mi piaceva la sua stand-up, amavo quello che gli avevo visto già fare, i suoi spettacoli, e avevo visto alcune delle precedenti stagioni. Lo rispetto moltissimo. Penso che sia assolutamente geniale. E’ eccezionale. Così, quando mi ha chiesto, sono rimasto un po’ spiazzato. E’ stato tutto improvviso. Poi ho pensato: “Bene, ho totale rispetto e ammirazione per il suo lavoro”, perciò mi sono detto: “Sì, sicuramente.” E’ stata un’ esperienza fantastica parteciparvi. Amo “Louie” e amo ciò che lui ha fatto col telefilm. Può fare tante cose veramente eccellenti, in qualunque campo, può fare grandi cose in ogni genere. Che faccia stand-up o reciti, o faccia l’editore o il regista, tutto ciò che fa è straordinario. Mi fa impazzire.

Cosa fai esattamente come produttore consulente?

Sono come una cassa di risonanza per le storie. Parliamo dell’episodio e delle diverse cose che potrebbero accadervi. Lui mi rilancia delle idee sugli avvenimenti dei diversi episodi e io gli do la mia opinione. Vado sul set quando girano. Lo guardo e gli do la mia opinione su tutto ciò che accade e su come è andata, se era divertente o meno. Poi partecipo al montaggio e guardo, mentre lui monta, e gli do il mio parere su modifiche, tagli, perversioni e tutto quanto. E’ una cosa incredibile, parlare di come una cosa funziona, se è divertente o no, se il ritmo è buono. E’ una grande esperienza, perché ammiro molto la sua intelligenza. Andare avanti e indietro con lui è semplicemente fantastico. Ed è divertente, perché lui è una persona divertente. Ovvio, è un comico brillante, ma è divertente anche uscirci insieme. Ridiamo sempre come due scemi.

Sono davvero impressionato dalla sua mente comica, una delle migliori menti di sempre, credo. Tutto quello che fa lui non lo fa nessuno. Voglio dire, Woody Allen è uno dei miei eroi ed è anche uno degli eroi di Louie. Woody Allen è in un’altra dimensione. Ma neppure lui fa le cose che fa Louie. Non voglio togliere nulla a Woody Allen – lui domina tutti dall’alto, per quanto mi riguarda – ma Louie è semplicemente incredibile.

Andrai in tour a fine mese e proseguirai per tutto l’autunno. Stai facendo qualcosa di particolare per prepararti?

Sto ripassando tutte le cose che ho scritto e sto scegliendo quelle che potrebbero andare bene abbastanza. Verifico le battute durante gli spettacoli, quindi sto ripassando e memorizzando. Sto facendo questo adesso.

Quindi, se provi le battute sul palco, lo spettacolo cambierà molto nel corso del tour?

In realtà non molto: se il materiale non è abbastanza buono, lo butto via. Il testo non cambia, perché quando invento una battuta, la sua formulazione è già lì, due secondi dopo l’esatta formulazione è compiuta. Non cambio la frase. Sia che funzioni, sia che non funzioni. Se funziona, allora posso spostarla in momenti diversi dello show per vedere dove funzionerà al meglio.

Fai molta attenzione all’ordine delle battute nei tuoi show? Te lo chiedo, perché gran parte di esse sembrano non-sequitur.

Sì, lo faccio. Quando il pubblico ascolta, è come se stessi solo cambiando argomento in continuazione, ma c’impiego molto tempo per combinare l’ordine. E’ come un grande puzzle. Per me è un gioco. Si parte dal principio e si va via via fino in fondo, ma so esattamente dove sto andando. Le sposto più volte, le muovo soltanto di posto, perché battute differenti staranno meglio in momenti differenti. Non possono essere assemblate in modo casuale. Alcune battute hanno molte parole, altre sono rapidissime, e altre ancora sono storie con battute collegate. E’ come quando suoni canzoni. E’ importante la scaletta.

È interessante.

Sì, è strano. La gente non ci pensa, ma è come la musica. Se vai a vedere una band, costruiscono la scaletta in un certo modo, non si limitano a dire: “Ok, suoniamo queste quindici canzoni.” L’ordine in cui le suonano è molto studiato.

Oltre a fare standup, recitare e scrivere, so che dipingi e suoni. C’è qualcos’altro che vorresti provare e che non hai ancora fatto?

Sì, vorrei cercare di fare un lungometraggio. Ho fatto un paio di corti, ma non ho mai fatto un film di 90 minuti. Ho sempre avuto in mente pezzi di idee e diverse parti e questa è la cosa che non ho ancora realizzato e che prima o poi vorrei fare.

Bello. Mi piacerebbe vederlo. C’è altro di cui vuoi parlare, Steven?

Sono solo una persona davvero fortunata ad aver avuto una carriera grazie alla mia immaginazione. Mi sento molto fortunato per questo. Molte persone devono metterla da parte e avere un lavoro regolare e mi stupisce ancora che mi paghino per giocare, davvero, e per inventarmi cose nella testa e scrivere e dire queste cose. Ed è incredibile poterlo fare.


Comments (8)
  1. Pakyredrum 12 luglio 2014
  2. finduz 13 luglio 2014
  3. oniram 14 luglio 2014
    • Adrien Vaindoit 14 luglio 2014
      • oniram 14 luglio 2014
  4. oniram 14 luglio 2014
  5. Gilvian 17 luglio 2014
  6. Antonio C 24 luglio 2014

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