THE PILLS, l’avanguardia pop all’amatriciana

Vuoi vederti veramente l’avanguardia? Guardati un film di Nino Frassica anni ‘80 che si chiama “Il Bi e il Ba”. Ti giuro, zi’, è AVANGUARDIA allo stato puro.

Luigi di Capua

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credits to Fulvio De Filippi

 

Non c’è niente di meno divertente di un comico che parla della propria arte. Noi di ComedyBay abbiamo deciso di impegnarci per rovinare quanto di buono c’è nella comicità italiana attuale intervistando i diretti interessati e facendoli parlare diffusamente di sé. Siamo andati a trovare Luca Vecchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradini, i tre autori di “The Pills”, web serie di culto su YouTube ora in procinto di approdare in televisione. Che “The Pills” spicchi sulle altre web serie – e più in generale su qualsiasi sketch comedy italiana, ci azzardiamo a dire – non è affatto un caso: una regia colta e funzionale, un’ottima capacità di entrare in sintonia col pubblico unita a un certo coraggio nello sconfinare anche nel malsano e nel cattivo gusto, e una consapevole ripulsa di diventare una macchina da facili “mi piace”. Una cosa è certa: Luca, Luigi e Matteo sanno quello che fanno.

L’intervista ha luogo durante la post-produzione audio della seconda stagione di “The Pills”.

La notizia del loro grande salto in tv su Italia 1, grazie alla Taodue (I Soliti Idioti, Checco Zalone), ha destato in noi più di una perplessità. Ma quando ci accoglie Luigi, e di lì a poco lo scopriamo capace di saper citare a memoria in perfetto inglese ampi stralci di monologhi di Robert Schimmel, ogni dubbio si fuga.

AVVERTENZA: Potreste impallidire di fronte alla lunghezza dell’intervista, e sicuramente non reggereste a un ulteriore preambolo, ma uno dei vantaggi dell’Internet è l’assenza limiti di spazio, quindi non vediamo perché non pubblicarla tutta. In ogni caso, ComedyBay ha una sua personale politica di impatto ambientale e si impegna a stampare questa intervista su fogli Fabriano A4 carattere 16 interlinea 1,5 per ogni lettore che arriverà sino in fondo.

 

Allora ragazzi, chi siete e cosa volete?

MATTEO: Io e Luca abbiamo 28 anni e veniamo da Roma sud-est. Luigi invece ha 27 anni ed è più centrale, viene da Furio Camillo, anche se ogni tanto dice “Abito a San Giovanni”. Sì vabbè, e io abito ai Parioli.

LUIGI: Vabbè, non è che la gente di Furio Camillo sia chissà che.

LUCA: Io quando voglio fare paura dico che vengo da Torbellamonaca.

MATTEO: Io vengo dalle favelas nigeriane. Nessuno di noi in realtà è di famiglia “borbonica”. Abbiamo tutti un background abbastanza tranquillo.

Siete laureati?

LUIGI: Siamo tutti e tre laureati. Io in psicologia.

MATTEO: Io lingue, specializzato in traduzione.

LUCA: E io cinema. E’ un corso che è stato accorpato al DAMS, a Torvergata.

A che ora vi svegliate al mattino?

LUCA: 9.

MATTEO: Se posso dormì, 11, 11.30. Se no 9, 9.30.

LUIGI: Alle 9.30, 10.

MATTEO: Scusa, metti mezzogiorno, non vorrei deludere.

Fin dal primo episodio della prima stagione si ha l’impressione che già ci fosse dietro un progetto ben definito. Quell’episodio potrebbe benissimo uscire oggi. 

LUCA: La continuity non è stata minimamente ponderata. Ecco perché è erronea la denominazione “web series”.

LUCA: L’identità dei personaggi, addirittura, non esiste proprio. C’è soltanto una caratterizzazione a livello fisico, quindi, a seconda dello sketch, chi si presta di più in termini di corde emotive, lo interpreta.

LUIGI: L’intenzione iniziale era creare un apparato da sketch comedy. Come che ne so… Non mi vengono in mente dei riferimenti…

MATTEO: E sì, dillo, “Seinfeld”. Perché ci stai girando intorno? Hai paura?

LUIGI: I nostri personaggi non hanno un’identità. Se io in un episodio interpretavo uno che lavora, in quello dopo potevo benissimo essere uno studente. Tant’è che noi facevamo ruotare le persone. Nei primi episodi la ragazza di Matteo poi diventa un’amica, che poi abita in casa, io ero uno spacciatore e poi un’altra cosa.

LUCA: Tipo i film di Corbucci.

LUIGI: Poi la gente ha iniziato a dire: “Ah, ma quindi se quello ha fatto così allora quindi quella è la ragazza di quello”, e quindi hanno creato una continuity che noi in realtà non volevamo creare. Noi, essendo quattro stronzi, non è che potevamo metterci là a chiamare mille persone. Per noi sarebbe stata un problema la continuity, perché se dovevi decidere di fare quel determinato ruolo, dovevi sempre avere quel ruolo, sempre quelle caratteristiche. Questa era un’impostazione più libera.

LUCA: Il fatto è che “The Pills” nasce come un workshop di gruppo, cioè persone che volevano cimentarsi nel fare cose che potevano andare dall’aspetto artistico a quello tecnico, potevano tranquillamente partecipare. Poi è una cosa rimasta fra noi, perché era una questione di immediatezza tra scrittura e realizzazione. Il fatto di non dover fare un lavoro sugli attori, ma essere autori e attori ci svincola da tutta una serie di procedure.

LUIGI: Non è che vai da un attore e gli dici: “Allora, devi farla così.” Anche perché io chi cazzo sò per dirglielo? Allora a questo punto me lo faccio io. Questa è un po’ l’idea.

MATTEO: Sì, proprio per accorciare i tempi. Per farlo più cotto e magnato.

Quali sono quindi i vostri riferimenti come sketch comedy?

LUCA: La vena di Nanni Moretti l’ha inserita più Luigi. Io mi sento più attaccato alle sit-com anni ‘80, ai cartoni animati.

MATTEO: Ognuno di noi apporta tanto e in maniera diversa. Luca è più affascinato da questa estetica anni ‘80, Luigi dice sempre “Regà guardateve i film de Pozzetto perché spaccano”. Luca è difficile che dica: “Oh, questa cosa mi piacerebbe girarla come ‘Ragazzo di campagna’ di Pozzetto.”

LUCA: Ma che dici? Io ho una cultura in termini di cinema anni ‘70-’80… Io me li sono guardati tutti.

MATTEO: Però ti piace di più altra roba, credo.

LUCA: Beh, perché magari io faccio più un discorso di linguaggio. Io non è che voglio girare come Castellano e Pipolo, perché sarebbe totalmente anacronistico. Si tratta più di conciliare la comicità dell’assurdo di Pozzetto con un altro tipo di comicità.

MATTEO: Tu sei anche un regista, quindi ti piace molto di più un’estetica da cinema e una comicità molto fisica.

LUCA: Lo slapstick.

MATTEO: Questo è importante, ognuno apporta il tipo di comicità che sente proprio. Se questo vogliamo metterlo in chiave di stand-up comedian, tipo Luca sta in fissa con George Carlin.

LUCA: E con Bill Hicks.

LUIGI: A me piace un botto Bill Hicks, però anche George Carlin che è un attore. O Eddie Izzard, tu l’hai visto Eddie Izzard? Ci sono persone a cui piacciono comici molto fisici come lui. Izzard utilizza il fisico in modo molto aggraziato. O sgraziato, però per far ridere. Io e Matteo invece per esempio lo usiamo molto poco. Matteo sicuramente zero. Giusto? La sua è una comicità più di parola, di situazione. E per via della combinazione di queste cose, sentiamo persone che ci dicono: “Oh, mi piace da morire l’episodio ‘Amore Tossico’, però ‘Fabio Volo’ e quelli delle Hogan non mi piacciono.” E c’è altra gente che dice: “A me piace solo ‘Fabio Volo’”, altri che dicono: “A me piace soltanto ‘I soldi dell’affitto’”.

MATTEO: A me piace molto anche una comicità basata sulla violenza emotiva. Se prendi David Lynch, ti cito lui che non è un comico, lui fa un grosso uso di emozioni e sensazioni veramente pesanti e forti per far scaturire tante altre cose. E io sono convinto che questo valga anche a livello comico. “Amore Tossico” su che cosa si basa? Sul fatto che una pischella con cui stai uscendo ti chiede se si può bucare in macchina tua. Solo questo basta a dare una certa carica emotiva.

Poi c’è lo scarto comico tra come vanno i fatti e il racconto che il protagonista ne fa davanti agli amici.

MATTEO: Anche quello dell’AIDS si basa sullo stesso meccanismo.

LUIGI: Secondo me più “L’amore ai tempi di Facebook”, che è il primo che abbiamo girato. Quello è esattamente nelle corde di Matteo, e infatti la gente dice che è troppo greve. E’ abbastanza violento.

Invece ne “I puffi sanno…”, la parte più divertente viene alla fine quando avete finito di girare e vediamo voi che ormai state cazzeggiando sul set. E quindi lo sketch diventa il blooper stesso.

LUCA: Esatto.

LUIGI: Questa è una cosa molto interessante e una cosa per cui abbiamo dovuto combattere – mio malgrado, ed è una cosa che non farò mai più, perché non voglio farmi dire dalla gente quello che va bene o no. Noi crediamo fortemente nei blooper. Sono una cosa che non viene mai utilizzata.

LUCA: In realtà quelli non sono blooper. Sono versioni alternative.

MATTEO: A un certo punto Luca ha detto: “Oh regà, famo finta che io sò Antonella Clerici?” E abbiamo girato anche quella parte.

 

Arrivato a “olive ascolane” Luca si mette a ridere e mostrate anche quella parte.

LUCA: E se lo rifacessi oggi, riderei ancora, perché è una cosa che mi spiazza totalmente.

LUIGI: Perché in realtà non sono solo papere de merda dove si ride e basta, escono fuori anche delle cose interessanti.

LUIGI: E’ una cosa che tanta gente, soprattutto le persone più legate a un certo tipo di produzione, non apprezza.

LUCA: E’ una cosa che pensa chi ha una concezione professionale del lavoro.

LUIGI: Esattamente.

LUCA: Però queste cose creano molta empatia. E’ come se io ti portassi con me sul set e ti facessi stare insieme a noi.

MATTEO: Ci è stato detto che queste sono cose che non vanno fatte.

LUCA: Eh, beh, Matte’, hai sei settimane di produzione, se ti metti a fare il coglione…

LUIGI: Anche in termini di montaggio, ci sono a volte delle gag, delle battute…

LUCA: Ma quella è una cosa che presuppone anche una certa apertura mentale mentre lo stai montando, che magari una persona che sta là a fare il suo lavoro d’ufficio, deve montare una cosa e la deve portare a casa come sta scritta sulla sceneggiatura, non è che va a pensare: “Vabbè ci metto questo”.

Questo tipo di gag, ora che avete lavorato con una produzione di maggior calibro, si è perso?

LUCA: Sì, ma è normale, perché, quando hai un piano di lavorazione e ogni giorno devi rispettare una tabella di marcia, non è più cazzeggio.

Ed è una cosa positiva?

LUCA: In realtà no, non è una cosa positiva.

MATTEO: Non è positivo proprio in termini di mood mentre stai girando.

LUCA: Perché tu sei più collega che amico in quel frangente. Quindi di conseguenza si perderà un’alchimia.

LUIGI: La verità dei fatti è che noi abbiamo fatto una cosa che mi auguro non succederà mai più, ovvero dover scrivere e girare una quantità di materiale che è spaventosa. 280 minuti abbiamo dovuto fare, che sono l’equivalente di tre film. Tre film girati praticamente in meno di due mesi, a dei ritmi forsennati.

LUCA: 5-6 settimane.

LUIGI: E comunque, svegliarti la mattina e incontrarti alle nove e mezza-dieci perché devi leggere il copione…

LUCA: Nel senso, noi non siamo degli attori, noi siamo dei rincoglioniti.

LUIGI: Questa è una questione molto delicata, nel senso che da una parte quella è una nostra grande e forte caratteristica, però dall’altra devi scendere anche un po’ a compromessi con la produzione. Se devi consegnare tutti quei cazzo di minuti per due spicci che ti danno, il problema è che non è che puoi…

LUCA: Stai facendo un’altra tipologia di lavoro. Ti può far crescere come ti può minare.

MATTEO: Raccogli tutti questo che hai ascoltato e sappi che noi vogliamo fare tutto.

Droga, sesso, morte, razzismo, stupri, rapimenti applicati alla vita quotidiana dei giovani. Perché?

LUCA: Perché sono tutte cose che non esistono in televisione. E se esistono, lo sono in una maniera talmente approssimativa e qualunquista… Cioè cazzo, quando parlano della droga in Don Matteo… Quando si sente male qualcuno per la droga, dicono cose a caso, del tipo: “Aveva anfetamine, metanfetamine, MDMA in corpo”, come se fossero la stessa cosa. Non sai palesemente di cosa stai parlando.

Perché la TV è scritta da vecchi, anche per argomenti che riguardano i giovani.

LUIGI: Cioè, io non mi metto a scrivere di golf.

MATTEO: Noi scriviamo di quello che conosciamo.

LUCA: Tu ti metti a scrivere di ragazze madri.

LUIGI: Noi all’inizio ci divertivamo a essere volgari sempre e comunque. Anche il fatto di fumare… Noi nella vita non fumiamo così tanto.

MATTEO: L’idea era di trasporre quello che eravamo noi senza porci nessun problema. Poi su alcuni temi è chiaro che ci giochi.

LUIGI: Ma anche il fatto di dire: “Cazzo, questa cosa non l’ha mai fatta nessuno”. Questo tipo di violenza non c’è, in fatto di contenuti. Qua nessuno ci paga, cazzo lo facciamo. Nessuno ci può censurare e lo facciamo. A maggior ragione se lo fai prima di tutto per te stesso e per gli amici che ti stanno accanto.

LUCA: Ma poi la cosa interessante è l’esperimento di registri particolari applicati alla vita normale. Per esempio, nella vita degli studenti, nella vita di Facebook, portare dentro il registro di “Seven” per una ragazza che non risponde al telefono. Ne “I Puffi sanno”, i Puffi diventano una confraternita tipo quella di “Eyes Wide Shut”.

MATTEO: Se tu vedi “Festa a sorpresa”, che è il mio preferito in assoluto…

LUCA: Qual è “Festa a sorpresa”?

MATTEO: Oh, quello con Valerio Di Benedetto che parla con un palloncino. E’ il mio preferito in assoluto. Quella è una cosa basata interamente su un registro assolutamente sopra le righe.

LUCA: Tipo “Summer of Sam”.

MATTEO: A me questo genere di umorismo piace tantissimo, perché non va a fare leva sulla battuta o sulla situazione comica in sè.

LUCA: A te piace il grottesco.

E’ l’episodio che si può accostare di più a Lynch.

MATTEO: Esattamente. La situazione surreale può avere tante sfaccettature, tra cui anche quelle comiche, perché non dimentichiamo che l’uomo vestito da cowboy di “Mulholland Drive” io alcune volte lo trovo molto divertente. Benché non sia il suo principale impiego in “Mulholland Drive”, anzi. Questo straniamento che può dare il surreale, in quel caso provoca ilarità.

Immaginavo fosse il vostro preferito, ma secondo me quell’episodio non è piaciuto molto al vostro pubblico.

LUIGI: No, zero.

LUCA: No, in realtà no. E’ la risata quella malsana. Quella disturbante. Non so se viene percepita, non so se il problema è di linguaggio visivo, o altro.

LUIGI: Un’altra grande clip che secondo me abbiamo fatto, e quella è veramente una cazzo di avanguardia è “Progetti con gli amici”. Quello che dura 30 secondi.

MATTEO: Molto facilitato dal formato, sì.

LUIGI: Quello è veramente avanguardia pura. Quello dà in culo a Ghezzi, cazzo. Non l’hanno mai fatta una roba del genere. Te lo faccio vedere, cazzo. Porca puttana te lo faccio vedere. Cioè, non è che pensiamo di essere dei geni. Però ci sono delle cose che le vedi e dici “Porco Dio! Pazzesco!” Questa è Nouvelle Vague.

MATTEO: L’abbiamo proiettato all’interno dello studio di un produttore. Ci ha fatto: “No, ma a me piacciono quelli più brevi, gli sketch.” Noi: “Ma lei ha visto questo qua?” “No, vediamolo!” E l’abbiamo proiettato su un televisore che era grande così, nel salotto di questo produttore. “E poi tu muori!” BAM! E io: “[clap clap clap] Bene, quanto ci date?”

LUIGI: Era il produttore del Commissario Montalbano. Questo è comunque un tipo di cose che dovremmo preservare. Dobbiamo essere un po’ incoscienti.

MATTEO: Se sei sincero è molto difficile sputtanarsi.

LUIGI: Questa l’ho letta oggi in un Bacio Perugina.

Ci sono tre episodi che sono i miei preferiti. Il primo è “Il mercatino vintage”.

 

LUIGI: “Il mercatino vintage” è nato su commissione. Dovevamo farlo per questo tizio che stava tenendo questo Temporary Vintage Market. Una cosa che è ancora più hipster del mercatino vintage. Una cosa stramegahipster.

MATTEO: Io ci sono andato lì, ed era una situazione fuori di testa.

LUIGI: Ci hanno chiesto di fare questa cosa e noi abbiamo detto: “Vabbè, dai, proviamo a farla”. Ci siamo incontrati con Luca, l’abbiamo cacata tipo in un pomeriggio. Alla fine è stato fichissimo. Devo ringraziare quello che ce l’ha commissionata… Non gli abbiamo fatto un cazzo di pubblicità.

LUCA: Anche lì c’è una B-side.

Voi che saltate con le calze in faccia. Mi ha ricordato il videoclip di Vitalic, quello con i cani che saltano.

LUCA: L’originale è “Warp” di Bloody Beetroots.

LUIGI: Guarda che c’entra molto di più quello che dice lui, Vitalic. Il video si chiama “Poney”. Bellissimo.

E il tocco slapstick sono gli occhialoni di Luca indossati sopra la calza da rapinatore.

LUIGI: Ci sono delle cose molto slapstick, piccole chicche come quando Luca a tavola perde gli occhiali, non vede e fa tipo: “Luigi!” E poi c’è quella che secondo me è una delle battute più belle della serie. Quando abbiamo costretto la nonna di Luca a dire: “Ma voi quando lavorate che schede audio usate?”. Totale.

LUCA: Quella pure è uscita sul set?

LUIGI: Sì sì.

LUCA: In fase di registrazione non era neanche chiusa la storia.

LUIGI: Un’altra battuta divertente che facciamo dire alla vecchia è ne “La Banda de Roma Sud”. C’è una parte in cui mio fratello cerca di scipparla ma lei gli fa: “Che te serve, le cartine? Lunghe, piccole?“ Gli dà una delle cartine lunghe e gli fa: “Questa è per le guardie”, e la butta via. Che è un modo di dire tipicamente romano, dei ragazzi della nostra generazione. E’ la scaramanzia dei tossici: la prima cartina del pacchetto la butti via “per le guardie”, nell’augurio che non ti cachino il cazzo. Ritualità quotidiane di strada.

LUCA: Luigi te la sta spingendo come se fosse antropologia o etnometodologia. Questo è Malinowski, no?

LUIGI: Questa è una cosa che manca molto alla comicità italiana in generale: il fatto che molte volte non c’è un contatto con la realtà. Non c’è mai un riferimento… L’Italia è la nazione del pubblico medio. Del lettore medio.

LUCA: Dove il pubblico dev’essere coccolato.

LUIGI: Tu devi sempre fornire una spiegazione. E questo genera un linguaggio che non fa contento nessuno, perché ha l’obiettivo di far contenti tutti, e non ci si spinge oltre. Oggi c’è un sistema per cui se non capisci che vuol dire “Questo è per le guardie”, ti basta digitare COMMAND+T e cercarlo su Google.

MATTEO: …+ “cartine” e ti esce scritta la spiegazione. Nell’intrattenimento, a partire dagli anni ‘80 si è sedimentata una certa concezione: “Ok, tutto a posto, abbiamo capito perfettamente che cosa piace alla gente, a posto.”

LUCA: Negli anni ‘80 però c’è stato un po’ un riflusso perché Mediaset in un certo senso ha offerto un’alternativa alla televisione. L’alternativa era Mediaset. Oggi è Internet.

MATTEO: Dopo 30 anni però il canone secondo cui bisogna accontentare tutti è vecchio.

Se devi accontentare tutti devi per forza abbassare il livello finché non disturba nessuno.

LUIGI: Invece si può benissimo far ridere una persona senza farla sentire stupida perché non sa delle cose. Se una battuta la capisci, ti diverti. Se non la capisci non è un problema. Non sei uno stupido, non ti facciamo sentire uno stupido per questo. E poi non è che imperniamo uno sketch su una strizzata d’occhio alla nostra generazione. Gli diamo il giusto peso.

LUCA: Tu lanci l’esca, poi se il pubblico abbocca è ancora più contento.

MATTEO: E’ un rapporto pluridirezionale, non è uno-a-uno.

LUIGI: Anche interattivo, se vogliamo.

Certo, ci sono i commenti.

LUIGI: Sì, nel nostro caso c’è stata come per Tarantino una rincorsa alla citazione. La gente diceva: “Questo secondo me è quello”, “Secondo me è quell’altro”.

LUCA: A volte colgono citazioni che non esistono. Questa cosa mi affascina molto.

LUIGI: Però si aiutano a vicenda, perché magari uno può scrivere: “Oh regà, ma che significa ‘questo è per le guardie’?” E c’è un tizio sotto che glielo spiega. Un sistema interattivo, perché le persone hanno bisogno di non sentirsi totalmente degli idioti passivi. Se sentono che stanno contribuendo alla comprensione, è chiaro che sono più attenti e interessati, e tu diventi anche un piccolo fenomeno di culto, come alcuni nostri episodi sono diventati.

Un altro episodio che amo è “Le colline hanno le Hogan”. Il sequel de “Il buio oltre le Hogan”.

MATTEO: Per curiosità, perché proprio il sequel?

Per l’interpretazione di Luigi nel ruolo del milanese che da sola vale oro…

LUIGI: Il Nastro d’Argento. Il David di Donatello. Il Nobel per la pace.

MATTEO: C’è un dialogo con gli amici, che quando vedono che lui è diventato irrimediabilmente incurabile, lo prendono, lo catturano, lo mettono dentro, gli tolgono le Hogan come se fosse un demone. Tu pensa quanto ci siamo divertiti noi a prendere le Hogan, attaccarle a dei fili, e a fargli fare così per terra. Degli stupidi!

La storia poteva benissimo finire lì col primo episodio, però siete stati abili nel trovare il naturale seguito.

MATTEO: Perché a noi piace fondamentalmente dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Sicuramente le Hogan sono una merda. Sicuramente Fabio Volo è brutto e cattivo. Però non ci interessa la demonizzazione e la colpevolizzazione di determinati eventi. A noi ha fatto ridere far vedere che noi prendiamo il nostro amico che indossa le Hogan, lo catturiamo, lo esorcizziamo, e poi alla fine si mette le Birkenstock e diventa l’opposto, una zecca!

LUIGI: E’ il male minore. Ma di base è sempre un male.

Ma poi il nucleo dell’episodio è che tutti giudichiamo le persone dal tipo di scarpe che portano, il che è verissimo.

LUIGI: Ti faccio un esempio. Se Corradini ora al posto delle Nike Air Max avesse un paio di Hogan, sarebbe un’altra persona.

MATTEO: Sarei tipo un…

LUIGI: …Coglione.

MATTEO: Già lo sono, ma che tipo di coglione?

LUIGI: Un altro tipo di coglione, capito? Se io al posto delle Clarks avessi delle Nike Air Max mi posizionerei in una cultura giovanile differente. Se mi cambio maglietta no.

MATTEO: Perché tu hai addosso le magliette di Decathlon però ai piedi hai le Clarks.

Amo anche gli episodi con Betani.

LUCA: Per Deejay Tv abbiamo girato uno sketch molto figo che poi hanno tagliato in tronco. Praticamente noi da Milano tornavamo a casa e Betani ci aveva rubato la scena e aveva trasformato “The Pills” in “Il principe di Bel-Air”.

LUIGI: Però virato droga, pistole e crack.

LUCA: Tutti dovevano essere pittati di marrone come lui…

MATTEO: Perché se no a lui dava fastidio.

LUCA: …e parlare tutto il tempo di crack e di puttane nere.

MATTEO: E lui ogni tanto arrivava con questo bong e questa pistola in mano e faceva: “Eeehi, le mie puttane!” E ci hanno tagliato tutto.

LUCA: E poi alla fine partivano i Black Keys e lui ballava, era fichissimo.

Di “Radici” mi fa ridere il fatto che disvela il qualunquismo con cui viene trattata di solito la tematica delle altre culture. Magari quelle che noi siamo abituati a vedere come immagini mitiche dell’Africa, agli occhi di un africano invece sono il corrispondente di Grottaferrata.

MATTEO: Abbiamo fatto anche uno sketch per Deejay Tv, in cui Betani dice: “Sì, Milano è una bella città, però ci sono troppi immigrati”, oppure: “Sali sull’autobus e devi scendere per la puzza”.

Fa ridere anche il fatto che Betani non sa recitare e voi gli mettete in bocca frasi da film d’azione americano tipo: “State fottendo col negro sbagliato”, “Vi sembro una puttana? E allora perché avete cercato di fottermi?”

LUIGI: Quelle interviste dopo sono proprio senza senso. Io con una katana in mano, senza senso…

 

E l’altro capolavoro della prima stagione ovviamente è “La sottile linea ADSL”.

 

LUIGI: Sì, è molto figo quello.

MATTEO: Cosa ti è piaciuto di quello?

L’aver trattato l’insignificanza del contenuto (ragazzi che senza Internet vanno in crisi) con la massima cura della forma (qui il film thriller/horror), che è un po’ il segreto che ha reso grande Maccio Capatonda. Più alto è lo scarto tra questi due elementi più è divertente.

MATTEO: Però su questo dislivello devi saper giocare.

LUIGI: Quella puntata ha quasi un’atmosfera da teatro dell’assurdo. Nessuno può lasciare la casa…

LUCA: Eh sì, come nell’Angelo Sterminatore.

MATTEO: Sì, è lo stesso identico meccanismo.

LUIGI: Quella puntata secondo me resta una delle migliori.

LUCA: Fatta su commissione.

LUIGI: Girata in una giornata. Ritmo forsennato, perché doveva essere di cinque minuti.

LUCA: La regia mi piace tantissimo, senza découpage, senza cambi d’inquadratura.

LUIGI: Tutte citazioni, tutto megaclaustrofobico. Chiunque avrebbe potuto dire: “Sì, ma allora perché non escono di casa?”, però l’abbiamo giustificato in modo comico.

LUCA: Sì, tipo diceria: “Ma lo sai che la gente là fuori è cattiva?”

MATTEO: Oggi forse ci faremmo molte più paranoie per giustificare una cosa del genere.

LUIGI: Beh, ma il comico ha bisogno di meno giustificazioni. Se la metti sul piano dell’assurdo, è fica come cosa. Poi è ovvio che non ha senso in termini narrativi come può averlo un cavillo di Breaking Bad. Però nel comico funziona.

E pur iperbolicamente dice una cosa vera, cioè che senza Internet questa generazione è smarrita. Senza Google non ci ricorderemmo più le cose.

MATTEO: Io ultimamente faccio proprio fatica a ricordare i nomi.

LUCA: Come si chiama mia madre? Cerco su Google il nome di mia madre. E’ normale comunque, stimolazioni continue ci hanno reso tutti dei rincoglioniti.

Internet forse in questo caso sta facendo dei danni, ma voi cosa sareste senza YouTube?

MATTEO: Saremmo dei ragazzi che mettono i loro video su Vimeo. Parliamoci chiaro: se non ci fosse stato Internet, se non ci fosse stato YouTube, ci sarebbe stato un altro modo per far girare i nostri video. Tu sai chi è Fabio Vinci? Il cantante dei Prophilax.

Ceppaflex.

MATTEO: Esatto. Lui 15-20 anni fa fece dei video ridoppiati, e la cosa funzionava così: “Oh, il 23 marzo esce ‘Puttanic’, ci becchiamo all’angolo di Giulio Agricola e vi do i dvd.” E trovavi lui o un amico suo che regalavano i dvd. Li regalava.

LUCA: Io ricordo che li compravi. Tipo cinquemila lire gliele davi. Il primo fenomeno virale tipicamente romano sono i Prophilax. Le loro musicassette giravano nelle classi, senza Internet.

MATTEO: Se hai qualcosa di interessante da dire, un modo di diffonderlo lo trovi. YouTube o non YouTube.

LUIGI: Immagina senza YouTube quanto la gente sarebbe in craving di contenuti. Le cose fiche girano, chiaramente più a macchia d’olio.

E uno come fa a riuscire a districarsi in questo mare magnum di gente che vuole esprimersi?

MATTEO: Se una persona dice qualcosa di stupido, può dirlo a bassa voce o gridandolo, ma sempre qualcosa di stupido sarà.

LUIGI: E’ un tema molto delicato, ne parla moltissimo anche un nostro grande coetaneo.

MATTEO: Chi, Trucebaldazzi?

LUIGI: No, Giacomo Leopardi. Davvero, parla della democratizzazione del mezzo. E’ normale che se tutti possono strillare, non è detto che tutti strillino delle cose interessanti. Però che vuoi farci?

MATTEO: Ti districhi applicando i tuoi filtri. “Questa è una stronzata, mi fa schifo, non la guardo.” Un minimo di selezione la devi fare, come anche nella vita.

Forse si è davvero compiuta la distopia di Huxley. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni, Huxley quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. In “1984”, la gente è tenuta sotto controllo con le punizioni, ne “Il Mondo nuovo”, con i piaceri. Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley, da ciò che amiamo. Guardate che spessore che sto tentando di dare a quest’intervista.

MATTEO: Se vai a vedere quali sono i prodotti che veramente fanno la differenza nel marasma di cose che vedi ti rendi conto che non sei abituato nemmeno a metabolizzarle. Magari tu una sera ti guardi un episodio di Breaking Bad, e poi dopo ti vedi anche un film. Comico. Non ti dai nemmeno il tempo di metabolizzare quello che hai appena visto perché cambi il mood.

LUCA: La stessa cosa per la musica, magari una volta quando per comprarti un vinile avevi faticato per una settimana, poi te lo sentivi e risentivi 10 volte.

A ciò si aggiunge il fatto che siamo abituati ad ottenere questo sapere gratis.

LUIGI: Noi tre, chi più chi meno, volevamo intraprendere una carriera nel mondo cinematografico, come sceneggiatori, registi, etc. E quando ci siamo andati a scontrare con quella realtà è stato faticosissimo. Quindi abbiamo usato YouTube come valvola di sfogo, non pensavamo affatto alla possibilità di poter monetizzare. Ci divertivamo a farlo e basta. Era terapeutico. Ed era la possibilità di realizzare qualcosa mai fatto prima da nessuno. Non si era mai visto un ragazzo che parlava di AIDS, eroina, droghe, etc.

E in futuro si potrà guadagnare da questo tipo di cose, se nessuno vuole più pagare nulla?

LUIGI: Nel nostro caso è arrivata la televisione.

LUCA: Il problema è che anche questi della televisione credono che tu riesca a fare le cose con niente e giocano sempre al ribasso.

LUIGI: Bisogna guardare a due modelli in particolare. Il primo è SouthParkStudios.com: da anni ci sono tutti gli episodi online con tanto di stacchi pubblicitari, è come guardarli in TV.

MATTEO: Però non possiamo sapere quanto guadagnino da quel sito. E in secondo luogo hanno alle spalle Comedy Central.

E in più quando l’hanno aperto erano già famosi da 20 anni.

LUIGI: Anche Netflix è avanguardia. Ma lì entra in gioco il concetto di responsabilità. Quando tu crei un prodotto di una certa qualità e lo fai in modo sincero, penso che la gente sia ben disposta a darti dei soldi. Louis C.K. ha messo online il suo ultimo spettacolo a 5 dollari e ha fatto uno sbrago di soldi.

Anche lui era già famosissimo e dall’operazione ci è andato a perdere rispetto a quanto avrebbe guadagnato normalmente.

LUCA: In America però c’è tutta un’altra cultura. Il pubblico italiano esige la gratuità. Anche se si abbassa la qualità, all’italiano non gliene frega un cazzo.

LUIGI: E’ anche vero che in Italia non è diffuso lo stesso metodo di pagamento. In America è velocissimo pagare su iTunes, che solo ora in Italia sta iniziando a vendere. E’ immediato, se io devo stare lì a compilare, PayPal… Porco dio mi sono rotto il cazzo, già mi sono rotto i coglioni. Già non lo voglio più sentì. A me è capitato di comprarmi dei dischi su iTunes che prima avevo già scaricato! Questo vale anche per i film. Quando ci sarà un metodo di pagamento più semplice e diretto, sarà l’avvento di Netflix. In America stanno iniziando a monetizzare da internet. Certo, non è che lo puoi fare per tutte le cose, però stanno iniziando. Sicuramente il vero male per la monetizzazione è YouTube.

Voi lo fate gratis, però qualcuno guadagna da quello che voi fate.

LUCA: Tempo fa essere partner di YouTube veramente retribuiva. Adesso la partnership viene elargita a chiunque, perché c’è proprio un boom di persone che vogliono cimentarsi, che quindi vengono sottopagate e se n’è andata a puttane pure quella questione.

MATTEO: Il problema è che oltre quello non si ha proprio la possibilità materiale di percorrere altre strade, perché ndò vai? Oltre quello dove vai, che fai, come fai? Se non ti dice culo, perché poi se tratta de culo, che qualcuno ti dica: “Oh queste cazzatelle che fate qua, perché non fate una serie di episodi per la televisione?” e te li paga, se non ti succede questo, che cazzo fai?

Di cosa odorano i soldi di Mediaset?

MATTEO: Di culo di trans.

LUCA: Quali soldi?

LUIGI: C’è ancora della cocaina sulle monete, te le danno tutte quante arrotolate. Ti danno praticamente tutti pippotti, ti pagano in pippotti fatti di cinquanta euro.

Sono stato alla presentazione della seconda stagione di The Pills e ammetto che ero un po’ scettico.

MATTEO: Come ti sono sembrate le puntate nuove?

Ero scettico, avevo paura di vedere una nuova versione dei Soliti Idioti, visto che la casa di produzione è la stessa. Invece mi sono ricreduto, sono molto divertenti.

MATTEO: L’hai vista quella delle Poste? Noi ne stiamo discutendo da quando è uscita. Responsi al 90% positivi, però c’è un 10% che ci ha detto ad esempio: “Avete perso di spontaneità”. Tu che cosa ne pensi di questa cosa?

 

Secondo me è normale, era inevitabile.

MATTEO: Beh, però, se si può evitare… No?

Sì, si vede. Si vede che non siete più voi che girate gli episodi, che c’è una troupe dietro, una sceneggiatura più definita, guest star… Però secondo me è anche una naturale evoluzione.

MATTEO: No ma io su questa cosa sono in parte d’accordo. Però non vorrei perdere l’altra cosa.

LUCA: La trovi un’evoluzione accettabile?

Considerato quello che ho visto, credo sia il meglio che si potesse auspicare. Anzi, alcuni episodi della seconda stagione hanno raggiunto nuove invidiabili vette qualitative, per esempio “La tipa wild” e “The Game (a love story)” [pubblicate successivamente all’intervista, ndr].

 

 

MATTEO: Io per esempio ho voglia, per alcune situazioni e per alcuni sketch, di mantenere quell’improvvisazione, quella “casalinghità”, se vogliamo inventare una parola per definire gli sketch precedentemente fatti.

Quello che mi chiedo però è se gli episodi che andranno in tv sono come realmente li avevate concepiti.

MATTEO: No guarda, noi avevamo 280 minuti. Abbiamo detto: “Guarda, di questi 280 minuti, quello delle Poste lo mettiamo su internet perché le Poste è un argomento un po’ più virale, no? Altri, che cacchio ne so, ce ne sta uno con cui ci siamo divertiti tantissimo in cui abbiamo fatto una parodia di Dragon Ball, quell’impostazione, per come è fatto l’episodio stesso, è molto più cinematografica, se vogliamo. E allora quella è una cosa che fa la sua porca figura in televisione. Però di base non siamo stati influenzati per nulla.

Una cosa che magari si è persa è che gli episodi non vengono più girati in guerrilla style.

LUCA: Ti assicuro che sono girati sempre in guerrilla style.

MATTEO: Si sposta la scala, però il livello di guerrilla style rimane lo stesso.

Domanda da Tv Sorrisi e Canzoni. Com’è stato lavorare con Elio Germano? Lui tra l’altro nell’episodio prende in giro se stesso.

LUIGI: Sono stato molto esplicito a riguardo davanti a 700 persone, e sono stato anche rimproverato per questo, quindi non parlerò di Elio Germano.

MATTEO: Guarda io non lo so, però Luigi che ci ha lavorato mi ha detto che si fa un botto de canne. Me l’ha detto lui. No vabbè, è stato megatranquillo perché lui in realtà è un classico pischello da Centro Sociale, è venuto da noi, si è divertito, abbiamo magnato insieme, abbiamo fumato insieme, fine.

Ci saranno altre guest star?

MATTEO: Pietro Sermonti, Carlo De Ruggeri…

LUCA: Marco Manetti. Poi c’è la voce narrante di Dragon Ball.

Ed è vero che ora state pensando a un film?

LUCA: Ce l’hanno fatto pensare, più che altro.

MATTEO: Ci stanno chiedendo di pensare a un film.

Così non sarà più una “pill” ma un suppostone. Con Checco Zalone?

LUCA: Questo perché leggende narrano che Checco Zalone e il figlio di Valsecchi abbiano portato all’attenzione di Valsecchi il fenomeno The Pills. Non sappiamo quanto ci sia di vero in questo, però non credo ci sia un collegamento diretto tra quello che stiamo andando a fare e Checco Zalone all’interno di questo progetto.

LUIGI: Anche perché piuttosto la morte, calcola. Piuttosto mi uccido. Porco dio, io mi sparo in bocca. Tu li hai visti i film di Checco Zalone?

Ne ho visti vari spezzoni, ma devo dire che non mi piacciono tanto.

LUIGI: E certo che non ti piace, non devi dirlo così.

No no, perché a certe persone insospettabili piace.

LUIGI: A tanta gente piace.

MATTEO: Come diciamo sempre noi: sicuramente lui è la persona “più migliore” dell’universo. E’ una persona intelligentissima, una persona che sicuramente sa fare dell’ironia in maniera molto efficace su alcune cose. Ora, detto questo… [ride]

LUCA: Il fatto è che l’iter per andare sul grande schermo passa inesorabilmente per la televisione. E’ un passaggio diretto, cioè quello che hanno fatto i Fichi D’India, Ficarra e Picone… Leonardo Pieraccioni prima faceva gli sketch in televisione, Benigni, Troisi, tutti quanti. Il problema è quando lo standard si è abbassato, cioè gli sketch di Verdone sicuramente erano più applicabili a un’opera cinematografica, perché funzionavano anche sul grande schermo. Anche Nuti, no? Io mi rifarei più a un modello del genere.

MATTEO: Cioè che a un certo punto finisci su una sedia a rotelle?

LUCA: Nuti funzionava. Tutti questi cabarettisti come Nuti, Verdone, Troisi, hanno funzionato sul grande schermo perché avevano anche una componente malinconica e uno spessore che riusciva a toccare più corde emotive, è questo che li ha fatti funzionare anche al cinema.

LUIGI: In termini proprio di dignità di film. Lo stesso Pieraccioni, i primi film erano un botto malinconici, avevano comunque dei tratti interessanti. No?

LUCA: I Laureati, Il Ciclone…

LUIGI: Il Ciclone è figo. Fuochi d’Artificio pure è un bel film. Il problema è quando hanno capito che non c’era nemmeno bisogno di tutto questo e finisci come Checco Zalone a fare dei film che non hanno per niente spessore.

MATTEO: Io non l’ho visto e non ho idea, però ho visto Cado Dalle Nubi che comunque per alcune piccolissime cose mi sembrava gradevole. Ma proprio piccolissime cose. Invece mi hanno detto che questo che ha sbancato tutto è nammerda. E’ un po’ come quando dici: “Oh ma forse l’Italia un po’ se lo merita Berlusconi”. “Forse vi meritate di spendere centomila miliardi de milioni de euro per un film demmerda.” Ma sai che te dico? Forse ha fatto bene.

LUIGI: Vabbè, è chiaro che ti sale un po’ il veleno perché dici “Porca miseria, ma com’è possibile?” Finché ci sono Il Ciclone o i film di Aldo, Giovanni e Giacomo, quelle sono comunque commedie che hanno senso di esistere. Ma il fatto è che comunque la commedia di Checco Zalone è osannata davvero da tantissime persone, anche persone insospettabili ne parlano benissimo e io non capisco perché. Cioè, non fai denuncia sociale solo perché il tuo personaggio è un raccomandato e allora rappresenta il fatto che l’Italia è una merda. Che vuol dire? Cos’è questa, denuncia sociale perché lui è un raccomandato? Ne hanno parlato bene molti critici anche per questo. Trovo che sia anche biecamente razzista e qualunquista la storia con quella tipa araba. Appena c’è un arabo dev’essere per forza un terrorista, stereotipico sì ma in un modo che non è divertente.

MATTEO: Il famoso Isaia Panduri di Boris.

Boris ad esempio ha un po’ deluso al cinema.

MATTEO: Io faccio il discorso: “M’ha fatto ride, ma non potrà mai essere come la seconda serie di Boris.”

Forse hanno scelto come bersaglio il più facile, il Cinepanettone, su cui aveva già messo una pietra tombale Maccio Capatonda con Natale al Cesso. Cambiando argomento, qual è il vostro gioco da tavolo preferito?

MATTEO: L’eroina.

LUCA: Una volta era il Monopoli, ma dopo “Late Night with The Pills” non l’abbiamo più toccato. Forse per esorcizzare quella parentesi che neanche oso definire professionale.

E’ migliorata la vostra vita sessuale grazie a The Pills?

MATTEO: L’unica cosa che è cambiata è che prima mi facevo un botto de pippe perché non scopavo mai e adesso sono semplicemente più tranquillo.

LUCA: Si è accasato, si è sposato.

MATTEO: In realtà non so se sono l’unico a pensarla così, non so loro se fanno le pazzie…

LUIGI: Sì sì, a farme leccà er bucio der culo da tu madre.

MATTEO: Sì te fai nculà da mi madre te, però fondamentalmente per me l’evoluzione naturale di questa cosa è che mò bella sò fidanzato.

LUIGI: Io prima mi facevo mettere un dito nel culo, adesso due.

LUCA: Da due persone diverse.

LUIGI: Fanno una DP con le dita.

LUCA: In realtà io personalmente anche se mi ritrovassi in situazioni del genere mi sentirei fuori luogo.

LUIGI: Con due dita nel culo?

LUCA: Io personalmente mi sento il sex appeal di Prezzemolo, la mascotte di Gardaland. Molti vengono, si fanno la foto e se ne vanno.

LUIGI: Tipo l’altra volta stavo a Monti e una fregna de cristo m’ha fermato, m’ha fatto una foto e poi: “Ciaooo!” e se n’è andata, porcoddio!

La vostra volgarità preferita?

LUCA: De cristo.

LUIGI: Porcoddio.

MATTEO: Te piscio ‘nculo.

Bravo Matteo, mi fa piacere, perché è anche la mia. [gli stringe la mano] Quello che però mi sono sempre chiesto è come si fa a pisciare in culo a qualcuno.

MATTEO: Allora, a livello proprio etimologico “Te piscio” da che cosa nasce, dall’allontanare da se stessi una proposta, una persona.

LUCA: Ma aspetta, viene dall’inglese, “Piss me off”.

MATTEO: No, “piss off” è infastidire, invece “te piscio” è “non te calcolo proprio”. Ok? Questo si unisce poi con la parolaccia che è “‘nculo” e quindi “Te piscio ‘nculo” è come se io ti mettessi la benzina prima che tu parta per fare un viaggio, capisci? Te piscio ‘nculo.

Sempre in tema, vorrei mettere la parola fine su alcune questioni. Che differenza c’è tra “sti cazzi” e “me cojoni”?

LUCA: Serve una disambiguazione, perché per la maggior parte della persone dire “sti cazzi” è come dire “me cojoni”.

MATTEO: Invece no, perché al Nord non capiscono un cazzo. Dovrebbero limitarsi a parlare la loro lingua di merda. “Oè figa”, quella cose là e non dire certe cose, perché sbagliano.

LUCA: “Sti cazzi” è proprio “Me ne fotto”. “Me cojoni” invece è “I miei coglioni”.

Aspetta però, perché secondo me in italiano non è “I miei coglioni”, ma “mi coglioni”, “mi stai coglionando”.

MATTEO: Non so se ci siano altre interpretazioni, ma mio padre, nato a Porta Pia nel ‘50 e che mi dice “me cojoni” da quando c’ho sei anni, me l’ha sempre posta come “i miei coglioni”, “alla faccia dei miei coglioni”. Lui me l’ha sempre posta così, poi non so.

LUCA: Sì, ma forse è detto come “ma me stai a coglionà”, cioè un qualcosa di esagerato, “mmazza però, davero?”

In romanesco “me” non è un possessivo, quindi non può essere “i miei coglioni”, ma “tu coglioni me”. Altrimenti sarebbe stato una cosa tipo “li coglioni mia”.

MATTEO: No no no, ma questo è… [rutto] Scusate. Me sto a schiarì ‘a voce. C’ho un po’ di raucedine.

CB: [rutto]

MATTEO: Mi documenterò, potrebbe anche essere come dici tu.

Contatterò la Crusca.

MATTEO: Eh sì, sentili un attimo.

LUCA: Chiamiamo Corrado Augias. Piero Angela.

Siamo alle battute finali. Ditemi una cosa che fa schifo al cazzo.

MATTEO: I cessi della stazione Termini di domenica.

LUCA: Ammazza oh, adesso sò a pagamento.

MATTEO: Hai ragione, allora i cessi del Qube il giovedì sera.

LUIGI: Una cosa che fa schifo al cazzo è quando sborri dentro una figa che ha il ciclo e poi le cade la salsa rosa.

Molto bene, era proprio quello che cercavo. Grazie.

MATTEO: Vabbè, quella poi coi gamberetti ce sta eh.

Comments (5)
  1. Bill X 16 marzo 2014
  2. bonobo 18 marzo 2014
    • Adrien Vaindoit 18 marzo 2014
  3. Marco 8 aprile 2014
  4. finduz 20 aprile 2014

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