EMO PHILIPS – Me, Myself and I

Time Out Magazine (maggio 1990)

Quando Time Out Magazine mi ha chiesto un’intervista e stavamo cominciando a definire i dettagli, all’improvviso mi è venuto in mente che si può misurare il valore di un personaggio famoso dal grado di controllo che è in grado di esercitare su di un’intervista. Un personaggio famoso può scegliere il proprio intervistatore. Uno super famoso può chiedere di vedere le domande in anticipo. Uno ancora più famoso può avere l’ultima parola sull’editing finale del pezzo. Così ho pensato: perché lasciare qualcosa al caso? Perché non porre fine a questa farsa, tagliare gli intermediari e semplicemente intervistarsi da soli? Sarebbe per tutti un risparmio di tempo e scocciature, e per una pura coincidenza mi darebbe anche la possibilità di intascare il compenso del giornalista.

Incontro Emo Philips nell’area ristoro del London Playhouse Theatre. Per oltre un’ora l’allampanato yankee ha deliziato dal palco il pubblico con una comicità straordinariamente originale, poesia e un indovinello. Lo trovo mentre è impegnato a firmare autografi e a fronteggiare molteplici proposte sessuali (mio Dio, c’era un raduno di modelle di Vogue in città?). Dopo essersi preso del tempo per comporre dediche esilaranti, uniche e personalizzate per ogni fan (o “Emo-filiaci” come il maestro stesso ama chiamarli), Emo guarda uno specchio e si accorge di me. Ricordandosi dell’intervista, mi invita nel suo camerino, un bellissimo cantuccio privato completo di soffitto. Dopo essersi abbandonato con grazia su una sedia pieghevole di metallo, Emo toglie il suo orologio firmato Barry Manilow, lo poggia sul tavolo di fianco a lui e dice gentilmente ma con fermezza: “Hai solo 22 ore. Cominciamo”.

Emo: Quanti anni hai?
Emo: 34.

Capisco subito che la sua giostra di arguzie non sarà adatta ai deboli di cuore.

Emo: Quanto sei alto?
Emo: 1.89.
Emo: Quanto pesi?
Emo: 66 chili da nudo. Se la bilancia del droghiere è abbastanza affidabile.

EMO PHILIPSQuest’ultima risposta mi coglie totalmente di sorpresa. Una risata – una di quelle di gusto – scoppia spontaneamente, dapprima incerta, ma poi crescendo logaritmicamente come la passione nel petto di una tenera vergine incatenata a un palo nel Colosseo mentre un addestratore di babbuini le si avvicina con le sue brame lascive.

E così, Emo, sarà quel genere di intervista? Una di quelle sciocche e insensate conversazioni a briglia sciolta? Sei un mostro! Un delizioso e crudele mostro! Ebbene, sia! Abbandona ogni indugio e immolami sul tuo altare!

Emo: Emo, possiedi un grande talento.
Emo: Beh, non sta a me dirlo.
Emo: Accidenti a te, Emo, questa modestia non ti condurrà da nessuna parte! Devi imparare a tirartela un po’, in questo mondo! E va bene, se sei così restìo a elogiare te stesso, lo farò io. Lo griderò dalla cima più alta delle montagne: Emo ha un grande talento! Emo è…
Emo: Ti prego, smettila. Mi metti in imbarazzo!
Emo: Ma devi essere consapevole della tua bravura!
Emo: Ti scongiuro, cambiamo argomento.
Emo: Sei meraviglioso. E va bene, mi tocca obbedire. Emo, pare che tu stia diventando un assiduo frequentatore delle nostre sponde albioniche.
Emo: Oh, sì. Infatti ormai mi conoscono così bene alla dogana di Heathrow che stavolta sono riuscito a saltare a pié pari i sei mesi di quarantena da rabbia.

Non resisto più. Fragorose risa volano dalla mia bocca come spasmodici versi di un gigantesco uccello preistorico in calore. Mi piego in due come se qualcuno per scherzo avesse deviato la 500 miglia di Indianapolis nel mio duodeno. Ed Emo… Emo il crudele, Emo il barbaro… Resta seduto al suo posto come se nulla fosse e mi sorride, cronometrando la mia risata con la lancetta corta del suo orologio. Quel demonio avrebbe potuto benissimo utilizzare un calendario. E ogni qualvolta credevo di poter, in un remoto futuro, solo possibilmente, chissà, magari intravedere un momento in cui avrei potuto forse iniziare ad attenuare il mio sbellicarmi, il mio aguzzino mi attaccava nuovamente con un movimento facciale, ad esempio alzando un sopracciglio di 3 milionesimi di centimetro, e mi faceva risprofondare in un inesorabile vortice di atrocemente dolorosa gaiezza. Alla fine mi salva il più elementare dei bisogni: quello di ossigeno. Urgeva iniziare a respirare di nuovo, cosa che infine ho fatto, poiché nemmeno lo humour di Emo può scavalcare il mio involontario istinto di sopravvivenza. Oppure sì?

Emo: Ho letto da qualche parte che ti piacciono molto gli animali.
Emo: Oh, sì. Ho un amore per gli animali che è quasi… illegale.

In parte per salvaguardare l’ultimo barlume della mia sanità mentale, in parte come suprema prova di forza di volontà, ma soprattutto per ricondurre l’intervista su binari più seri, tento di trattenere la mia risata serrando vigorosamente le labbra. Grosso errore. La risata, non trovando il suo naturale sbocco attraverso la mia cavità orale, devia verso l’alto come un’onda che colpisce una scogliera esercitando una pressione di svariati milioni di chilogrammi sulla mia cavità nasale. Una vena esplode, sprizzando sangue come un demoniaco irrigatore da giardino su Emo, su di me e su tutto ciò che si trova nel suo camerino. Emo, i suoi occhi blu non più innocenti ora in preda alla frenesia, si strappa la camicia e inizia a leccare il sangue come un delicato studentello inglese che prende parte a un qualche bizzarro rituale di virilità nel bosco. Balla per tutta la stanza, si percuote il petto come un gorilla e lascia partire una serie di primordiali urla che devo confessare mi terrorizzano fino al midollo. Alla fine, dopo all’incirca un minuto e dieci secondi, Emo si risiede esausto e inizia a piangere.
I pochi fortunati, se ne esistono oltre a me, che hanno visto Emo piangere (un pianto che, comunque, è infinitamente più virile di qualsiasi attività tipicamente ‘macho’ svolta dagli uomini), possono testimoniare che le sue fattezze cambiano. No, niente panico, donne, non è comunque in alcun modo intaccata la sua avvenenza neoclassica. È solo che, mitigata dal pianto, la sua bellezza diviene in un certo senso… accessibile. Lacrime di tenerezza scorrono sulle gote del freddo e marmoreo Apollo donandogli miracolosamente la vita!
Questo, dunque, è il vero Emo, il personaggio contraddittorio che da oltre un decennio è ricercato da sempre meno intervistatori: il clown triste, il malinconico orfanello, il Pierrot post-apocalittico. Ma vi prego, non pensate nemmeno per un momento che si sia sopito in me il timore reverenziale nei confronti del magnifico Monsieur Philips! Ce l’ho e sempre l’avrò. È solo che ora ho la fortuna di sapere che lui è – posso almeno sussurrarlo? – mortale.

 

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Comments (3)
  1. oniram 23 aprile 2014
  2. finduz 24 aprile 2014
  3. Adrien Vaindoit 28 aprile 2014

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