GEORGE CARLIN – Eufemismi

Ci sono varie ragioni per cui usiamo gli eufemismi: evitare verità scomode, far sembrare le cose più importanti di quello che sono, esigenze di marketing, pretenziosità, aumentare l’autostima degli impiegati, e, in alcuni casi, per puro e semplice spirito politically correct.

Ma, tralasciando gli scopi, la caratteristica comune a tutti gli eufemismi è quella di addolcire il linguaggio. Descrivono la realtà in maniera più opaca. Ho notato che gli americani hanno un problema con la realtà: preferiscono evitare la verità anziché guardarla negli occhi. Penso che sia una conseguenza dell’essere troppo grassi, prosperosi e benestanti.
Quindi, naturalmente, passando il tempo e diventando noi sempre più grassi e prosperosi, il problema si è aggravato.

E poi, finalmente, siamo andati in Vietnam. Data la disonestà che circondava quella guerra, direi che non è sorprendente il fatto che, all’epoca, lo SHELLSHOCK fu rinominato in disordine da stress post-traumatico. Da due a otto sillabe, è stato aggiunto un trattino, e alla fine tutto il dolore è stato completamente sotterrato da questo psico-gergo. Disordine da stress post-traumatico.
Sono pronto a scommettere qualunque cosa che se avessimo continuato a chiamarlo shellshock, alcuni di quei veterani del Vietnam avrebbero ricevuto l’attenzione di cui avevano bisogno quando ne avevano bisogno. Ma non è successo, e sono convinto che uno dei motivi è stato il linguaggio più dolce che ora preferiamo: il Nuovo Linguaggio. Il linguaggio che succhia vita alla vita.
Non so quando è cominciato tutto questo, ma so che a un certo punto della mia vita la carta igienica è diventata bathroom tissue (“tessuto da bagno”, ndt). Non sono stato consultato. Non ho ricevuto una cartolina, né un’email, nessuno mi ha telefonato. È successo e basta. Un giorno, mi sono semplicemente ritrovato a usare un tessuto da bagno.

I pubblicitari cercano sempre di far sembrare le cose più importanti di quello che sono in realtà; i profitti sono diventati guadagni, il personale è diventato risorse umane, il reparto lamentele è diventato relazioni con il pubblico. La gente ha cominciato a dare feedback anziché critiche.
Tutti oggi vogliono sembrare più importanti:
gli insegnanti sono diventati educatori, i batteristi sono diventati percussionisti.
I registi sono diventati filmmaker,
i presidenti d’azienda sono diventati amministratori delegati,
e i cacciatori di taglie ora vogliono essere chiamati agenti di recupero.

Una volta bisognava andare in Europa per trovare una spa. Ora qualsiasi posto abbia un lavandino e più di tre asciugamani è una cazzo di spa!
Un’altra cosa riguardo agli hotel. Molti di essi hanno sostituito i cartelli NON DISTURBARE con altri che dicono PRIVACY PER FAVORE. Sembra una piccolezza, ma c’è una differenza che vale la pena notare:
“Non disturbare” è assertivo; è forte. Non disturbare! Vuol dire VAI VIA! Mentre “Privacy, per favore” è debole; suona come se stessi pregando qualcuno: “Privacy… per favore?” è morbido. Per la mia mente è un altro esempio della femminizzazione del linguaggio che sta prendendo piede in questo paese.
E, cosa più importante, vuol dire battere in ritirata dalla realtà.

Il linguaggio per pubblicizzare il cibo. Queste parole ci sono familiari. Le sentiamo in continuazione.
Fresco, naturale, cordiale, come una volta, fatto in casa. Dentro una lattina. Bene, se sono queste le parole che vogliono usare, analizziamole.

Come una volta
Quando dicono come una volta, vogliono farci pensare ai bei vecchi tempi, no? I vecchi tempi. Sapete, quando non c’erano norme sanitarie; prima che l’igiene diventasse popolare; ai tempi in cui l’Escherichia Coli era ancora considerato un condimento.

Di fianco al come una volta, nel dipartimento calore e nostalgia c’è fatto in casa. Lo si legge sui pacchi nei supermercati: un cibo fatto in casa. Gente, fidatevi di me, un’azienda alimentare che opera in uno stabilimento di 90 ettari è funzionalmente incapace di produrre alcunché di fatto in casa. Non mi interessa se il proprietario vive nello scantinato, indossa un grembiule e cucina su una piastra. Non lo sarà mai. Il fatto in casa è un falso mito. Volete qualcosa di fatto in casa? Cristalli di meth. O crack. Una bomba-carta piena di chiodi. Questa sì che è roba fatta in casa. Se volete saperne di più, cercatevi gli appunti di Timothy McVeigh. Il vecchio Tim sapeva come preparare delle belle cosine fatte in casa.

Style
Style è un’altra parola del cazzo da tenere d’occhio. Ogni volta che vedete la parola style aggiunta a un’altra parola, qualcuno vi sta tirando il pisello. Gastronomia New York-style. Sapete perché la chiamano così? Perché non è a New York. È l’unico motivo. È probabilmente a Bumfuk in Egitto, il proprietario è del Ruanda e il cibo sa di qualcosa che un Hutu farebbe mangiare a un Tutsi.
Un altro uso farlocco della parola style è nei ristoranti family-style. Significa che c’è una discussione ad ogni tavolo, e che il maschio più anziano picchia le donne. Insomma, family-style.

Al gusto di
Gente, state attenti a queste parole. Bibita al gusto di limone. Ah sì? Fatemi sapere se ci trovate almeno la traccia di un cazzo di limone dentro.

Non tutta la manipolazione politica del linguaggio è fatta da quei cattivoni dei politici. Molta proviene da gente che si ritiene buona e virtuosa: i politicamente attivi. Gli attivisti. Che si oppongono, mi sa, ai passivisti. Che non andrebbero confusi coi pacifisti, che sono, dopo tutto, molto spesso attivisti.

Ai tempi in cui iniziarono le loro battaglie, i fanatici religiosi capirono che antiabortista suonava negativo e perdeva potere emotivo. Quindi decisero di chiamarsi pro-vita. Pro-vita non solo li faceva sembrare virtuosi, ma aveva il vantaggio aggiuntivo di suggerire che i loro avversari fossero contro la vita e quindi pro-morte. Hanno anche inventato un’adorabile variante volta a scaldare il cuore di noi tutti: pro-famiglia. Beh, la sinistra non voleva essere vista come anti-vita o pro-mortem e sapeva che pro-aborto non era ciò che serviva, quindi optò per pro-choice. Così si completò il nome e fu data alla luce l’ormai classica battaglia pro-choice vs pro-life. La cosa interessante è che le parole vita e scelta non sono nemmeno contrarie tra loro.

Poi c’è la questione del feto-bambino non nato. Anche mettendo da parte le opinioni personali, la semantica in questo caso è divertente da sbrogliare. Secondo il mio modo di pensare, qualunque cosa sia, se non è nato, non è un bambino. Un bambino è già nato; è ciò che lo rende un bambino. Un feto non è un bambino, perché non è ancora nato. Per questo si chiama feto.
Lo puoi chiamare un feto non nato se vuoi (è ridondante), ma non puoi chiamarlo un bambino non nato. Perché, per farla breve, per essere un bambino dev’essere nato. Chiaro? Dire non nato può sembrare affascinante per qualcuno, ma non dice nulla. Puoi dire che una Volkswagen è non nata. Ma cosa significherebbe?

Ecco qualche altro nonsense di sinistra, questa volta da parte degli ambientalisti, quelli che ci hanno regalato la foresta pluviale. “Salvate la foresta pluviale”. Hanno deciso di chiamarla così perché avevano bisogno di raccogliere soldi, e sapevano che nessuno avrebbe sganciato niente per salvare una giungla. “Salvate la giungla” non suona bene. Lo stesso con le paludi. “Salvate le paludi!” Non funziona. Palude è diventata terra umida! Più carino così. Suona più fragile. “Salvate le terre umide”. Mandate soldi.

I nazisti parlavano dello sterminio degli ebrei come se fosse un’azione speciale. Nella loro versione gli ebrei non venivano uccisi, venivano riposizionati, evacuati o trasferiti. Non si parlava di morti ma di non più rilevanti.
In Palestina gli arabi chiamano le zone controllate dagli ebrei territori occupati. Gli ebrei le chiamano regioni contese.
Gli israeliani chiamano i loro omicidi di leader palestinesi minacce sventate, eliminazioni chirurgiche e misure preventive. 

Anche i paesi sottosviluppati sono stati promossi. Ora sono paesi in via di sviluppo.

da “When Will Jesus Bring the Pork Chops?”
trasposizione in lingua italiana: Adrien Vaindoit

Comments (1)
  1. Roberto 11 aprile 2015

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