L’ennesimo elogio postumo al tanto compianto Bill Hicks – di Stewart Lee

Quel predicatore solitario che all’epoca spargeva dal palco disprezzo per i suoi bersagli cosa penserebbe dei suoi odierni agiografi?

Vent’anni dopo la tragica e maledetta ingiustizia della sua morte, non è forse tempo di santificare Bill Hicks come miglior stand up comedian che i critici dei quotidiani abbiano mai sentito nominare? Fosse solo per aver tardivamente dato a decine di scribacchini disperati e opinionisti gossippari l’opportunità di cagare fuori, negli ultimi giorni di vita dei media su carta, testi da 1000 parole di pigra e stereotipata banalità, spesso in un curioso e inspiegabile inglese arcaico, su ogni giornale britannico più costoso di £1.20. Le confuse agiografie dell’ultima settimana sono indubbiamente ciò che Bill Hicks avrebbe voluto, suppongo. Non lo so. Vidi un suo spettacolo a Edimburgo all’inizio degli anni ’90, e quando iniziò la sua tiritera su quanto odiasse le leggi antifumo, io pensai a torto che fosse l’ennesimo clone di Denis Leary e me ne andai al bar a bere. Ma, a quanto pare, l’ignoranza non pregiudica la facoltà di scrivere un articolo per l’anniversario della sua morte. Quindi eccolo:

Hicks è venuto. Hicks ha visto. Hicks ha sparso un bilioso disprezzo. Accidenti! Un cancro al pancreas ha spezzato la vita a quel predicatore solitario alla tragica prematura età di 33 anni. E i critici dei quotidiani non ammireranno più nessuno del suo calibro in tutta la loro vita. Non in una delle gigantesche location del Fringe di Edimburgo dotate di aree ospitalità esclusive per la stampa, nè da un posto riservato ai giornalisti a uno programma televisivo di stand-up pieno di comici rappresentati dal manager dell’azienda che produce lo show, nè altrove.
Il giorno dell’anniversario della sua morte, lo scorso 26 febbraio, i critici dei quotidiani hanno ripreso a fumare, hanno mescolato un po’ di quelle pillole eccitanti legali in una padella con crema vellutata di sedano e hanno osservato per due ore allo specchio il proprio volto cadente e terrorizzato, mentre ascoltavano e riascoltavano il pezzo di Hicks sul succo d’arancia in riproduzione continua. Hanno pianto, ricordandosi di essere molto più vecchi di quanto non fossero nel 1994, si sono massaggiati le parti basse con guanti di camoscio e hanno respirato attraverso bavagli sadomaso fatti di clementine ripiene di gomme da masticare alla nicotina. E’ giusto, per carità, ma tutta la stima da loro profusa è solo simbolica se comparata all’immenso talento di Hicks. Lui fu capace di rendere vivida la percezione del pazzo ottovolante su cui ci troviamo tutti noi.
Suppongo che alcuni ammirino Hicks per una superficiale attrazione verso le sue buffonerie autodistruttive, delle quali i critici eunuchi dei quotidiani sono tutti segretamente invidiosi: il fumo, i pantaloni stretti, le donne, il dileggio del packaging dei succhi d’arancia, le zeppe pericolosamente alte e le abbuffate di cibo, tutto ciò che lo ha condotto fuori strada. Ma Hicks brandiva la sua comicità come un bastone sporco di letame con cui percuoteva un olocausto zombi di packaging di succhi d’arancia, leggi antifumo e, con un solo jingle, tutti i Billy Ray Cyrus di questo mondo.

Illustration by David Foldvari.

Illustrazione di David Foldvari.

E’ materiale che non fa prigionieri. Questo figlio di pastore battista era il flagello shivano della società, ma con quel bastone sbaffato di letame percuoteva anche le sue stesse debolezze – il suo amore per la pornografia animale, la sua paura di certi odori. Era più di uno stand-up comedian. Era un predicatore. Era più che un dannato predicatore. Era un filosofo. Diamine, era perfino più di un filosofo. Era un profeta. Dio santo! Lo cancelli dagli atti, Vostro Onore, la scongiuro! Hicks era più di un filosofo, ma anche molto più che un semplice profeta. Era un filosofo predicatore profeta, un filosofo predicatore profeta saggio, un filosofo predicatore profeta saggio stregone, un profosopredicasaggio, non meno, che divulgava la sua saggia filopredicosofia non attraverso tavole di pietra gettate dall’alto in un cespuglio, ma attraverso battute sporche scagliate da migliaia di palchi puzzosi d’urina dei peggiori locali dell’America profonda. Hicks mise a punto la sua arte in posti in cui la gente andava a vedere uno spettacolo dal vivo solo per il gusto di insultare e denigrare chi si esibiva, e il loro odio era superato solo dal loro inspiegabile desiderio di pagare per guardarlo. Così crediamo.
Chi tra i comici conosciuti dai critici dei quotidiani si avvicina almeno un po’ a quanto è stato Bill Hicks? Frankie Boyle avrà la stessa energia travolgente da calcio nelle palle, ma guarda troppo spesso attraverso una lente da sporco proletariato scozzese che attacca lo spirito critico della media borghesia inglese. Russell Howard è stato influenzato da Hicks e al suo apice – il suo recente pezzo sui biscottini Golden Wonder ne è un esempio calzante – raggiunge la conversione catalitica che Hicks ha sempre raggiunto, come acido piscio di gatto che colpisce linoleum oscenamente luccicante. E anche quando Peter Kay parla di piani superiori di coscienza, ci sono punti di convergenza precisi. Ma chi se non Hicks sembra essere stato iniettato sin da ovulo del seme manifesto del destino di scatenato inquisitore della sua stessa specie, tormento degli incolti, degli ignoranti, dei grassi, dei poveri, di Billy Ray Cyrus e dei packaging dei succhi d’arancia?
I critici dei quotidiani di destra immaginano l’incredulità e gli sbeffeggi che avrebbe praticato Hicks contro le bigotte tirannie del politically correct dal quale siamo afflitti a quanto pare dalla sua morte. Difatti, a quanto si legge, uno immaginerebbe che se fosse stato qui oggi, Bill Hicks avrebbe avuto un blog sul sito del Daily Telegraph di fianco a quel tizio che nega l’esistenza dei cambiamenti climatici e a quello del movimento delle free schools. Ma il fatto è che la cultura di destra non ha mai prodotto niente di bello e mai lo farà, e ormai è troppo tardi per provare ad appropriarsi di un uomo morto che non può difendersi dal farsi infilare il pugno oliato su per l’ano da qualche confuso giornalista che tenta di fare di lui il pupazzo da ventriloquo del movimento alternativo.
I primi due album di Hicks sono invecchiati tantissimo, con i loro strali adolescenziali a figure inoffensive della cultura popolare e a rockstar patinate. Ma il pezzo presente in uno degli ultimi, quello in cui fa di ‘Shane’ la metafora della politica estera americana, è un saggio di performance, scrittura e tenue, polemico gioco di prestigio. Dovrebbe essere d’ispirazione per tutti a fare di meglio, ad essere di meglio. Ma è facile essere un comico morto, beatificato per tre ore di materiale. Da sciocchi di cattivo gusto. Il difficile è rimanere vivi. E continuare a sfornare 3 ore nuove all’anno. Gradualmente degradando la qualità del proprio necrologio.

 

Traduzione: Adrien Vaindoit

Revisione: Luca Paini

Articolo originale: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/01/goddamned-appreciation-late-lamented-bill-hicks

    

Comments (3)
  1. ImFuckinDyingHere 18 marzo 2014
    • Adrien Vaindoit 19 marzo 2014
  2. McCroskey 24 marzo 2014

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