PHILIPPE PETIT E LOUIS CK (O DELLA CADUTA)

Di Elia Rossi

Per il mio amico Francesco (il nome è inventato, perché Francesco è una persona piuttosto schiva), il giorno più emozionante di tutta la storia dell’umanità è il 7 agosto 1974. Quella mattina, intorno alle 7 e 15, una folla di persone si radunò ai piedi del cantiere delle Torri Gemelle, indicando un pazzo sospeso a 400 metri d’altezza che, senza nessuno strumento di sicurezza, si apprestava a camminare nel vuoto su un filo d’acciaio.

Dovreste vederlo, il mio amico Francesco. Quando parla di Philippe Petit i suoi occhi si velano di lacrime. Mentre lo racconta, ha realmente la pelle d’oca e ad ogni passaggio mi batte la mano sul braccio, come se ogni volta realizzasse daccapo quanto sia stata grande l’impresa. “Il filo era lungo 60 metri, ti rendi conto?”, balbetta, “Sessanta metri che ondeggiavano nel vento, e lui lo ha percorso otto volte! Otto volte avanti e indietro: con gli uccelli che gli schizzavano a pochi centimetri dalla testa, la polizia che lo minacciava dai cornicioni, la gente là sotto che tratteneva il respiro e la sua vita… – la sua vita che ad ogni passo poteva restare in cielo come precipitare nel vuoto, ti rendi conto?”

In tutta onestà, io questa sua passione non l’ho mai capita. Francesco non va mai al circo, se vede un artista di strada tira dritto e, in generale, non ha nessuna ammirazione per chi porta la precisione nell’uso del corpo a risultati sconvolgenti. Così un giorno glielo ho detto. Ero talmente esasperato dalla sua richiesta di guardare per l’ennesima volta una raccolta fotografica della traversata delle Twin Towers, che ho dovuto chiederglielo: “Cosa mai ci trovi di così straordinario?” Lui mi ha guardato sconvolto, come se gli domandassi l’ovvio. Poi ha risposto che la mattina del 7 agosto 1974, un sacco di persone di New York arrivarono in ritardo al lavoro. “È comprensibile”, ha detto, “un uomo che cammina sul filo costringe tutti a sospendere tutto. Si fermano gli orologi, i cuori, i litigi, i corteggiamenti, i lavori. La catarsi è così totale che quando quell’uomo riporta i piedi sul solido e tu riprendi a respirare, tutto il mondo ti sembra stralunato: stravolto dalla prospettiva aerea. È una cosa grande, camminare sul filo”.

Quando Francesco mi ha detto così, l’ho capito. Se per lui Philippe Petit è tutto questo, allora io devo dire che il mio Philippe Petit era Louis CK. Per esempio quella sera di primavera del 2015, quando camminò sul filo nella puntata di chiusura del Saturday Night Live. Iniziò raccontando di John Baptist, il pedofilo che abitava nel suo quartiere quando era bambino, stava spiegando come approcciava gli adolescenti (“Vuoi venire con me al Mc Donald’s? No? Non ti piace Mc Donald’s?”), quando d’un tratto guardò il pubblico e, come se il pensiero gli fosse nato d’improvviso, domandò secco: “Per un pedofilo, quanto deve essere bello molestare un bambino?”

Per me fu un brivido. Di colpo vidi il mio Philippe Petit posare i piedi su un filo a 400 Stars visit Camp Arifjanmetri d’altezza, senza sicurezze (e il mio Philippe Petit era pure grasso, di mezza età e scoordinato). Lui ne era consapevole e infatti subito aggiunse: “Sto camminando sulle uova, lo so”. Dopodiché fece più o meno questo ragionamento: la cosa che a me piace di più al mondo è il bounty, ma se mi dicessero che se venissi beccato a mangiarlo pagherei quello che paga un pedofilo dopo la condanna, io rinuncerei subito a mangiare il Bounty; visto che invece i pedofili insistono a molestare i bambini, allora mi chiedo quanto debba piacergli farlo.

Ha usato proprio queste parole, il mio Philippe Petit: camminare sulle uova. Solo allora mi sono reso conto di quanto camminare sulle uova sia una formula molto più poetica di camminare sul filo, o anche di camminare sui pezzi di vetro. Santo cielo! Quanta precisione, e pulizia? Quanto auto-dominio e quanta leggerezza interiore ci vogliono per mettere il proprio corpo sulle uova, farci le proprie acrobazie e infine scendere, lasciandone intatto il guscio, l’albume, fino al cuore rosso del tuorlo? E poi – poi, quanto è poetica l’affermazione implicita che, in mezzo a tutto, esistano ancora dei tuorli da proteggere?

Louie ce l’aveva fatta. Era riuscito a sospendere i battiti del mio cuore e, in quello stato di naso all’insù, mi aveva fatto avvertire quanto dev’essere schiacciante la disperazione di un pedofilo e quale fortuna (è atroce che, non di talento, ma di fortuna si tratti!) sia, invece, essere nati tra gli uomini i cui desideri non implicano abusi e autodistruzioni. Perché alla fine di quella discesa negli inferi della condizione umana, l’immagine più forte era quella del bounty: un’immagine che strappava allo stomaco risate puerili, che mostrava un Oliver Hardy rossiccio e sboccato, con la bombetta troppo piccola e il sorriso gigione, qui intento a interrompere la lettura del giornale per portarsi le mani alla bocca e mugolare di piacere a causa dell’abbinata cioccolato e cocco.

Ancora adesso, quando parlo delle sue acrobazie, io balbetto. C’era qualcosa di struggente in quelle piroette sui cuori rossi delle uova. Erano operazioni così precise, governate da un auto-dominio (tecnico ed emotivo) talmente ferreo, che davano la sicurezza per calare nel sottosuolo dell’umanità con il bisturi severo di Dostoevskij e poi di risalirne con il coraggio scanzonato di Mark Twain. TA-DAH!, il ciccione sboccato torna a terra e i gusci sono ancora interi!

Di tragedie, si trattava. E nel senso più autentico del termine: la catarsi comportava il prezzo che paga ogni folla quando mette un uomo sul filo, o un capro sull’altare, ma qui il sacerdote che affonda la lama e la bestia immolata coincidevano. Louie era al contempo creatore e vittima di una trappola di slapstick delle più micidiali, in cui le batoste, le secchiate d’acqua, le padellate in testa e i calci in culo scrosciavano sempre, e solo, sulla sua coscienza isolata. Erano i calci in culo di tutti, intendiamoci, ma su quel palco li prendeva solo lui. Come quando al Beacon Theater si mise a parlare di egoismo, lamentando quanto questa sia una civiltà terribile in cui le persone (caratterizzate nel monologo con una voce lagnosa e insopportabile) sanno cosa servirebbe fare per far funzionare meglio le cose, ma ritengono di non poterlo fare se ciò comporta la rinuncia alla loro cosa preferita, fosse anche la loro seconda cosa preferita. La civiltà, appunto: è la città intera ad essere corrotta. Ma nel monologo del Beacon, di agnello, ce n’è uno solo: Louie, che come uno stronzo di prima categoria noleggia un’auto e poi l’abbandona a pochi metri dall’agenzia, correndo a prendere il volo per sistemare i propri affarucci e, a quel punto, maltrattando al telefono il povero impiegato della Hertz che cerca di salvare la situazione. Il ragionamento dello stronzo è messo a nudo: “Ho capito che potevo farlo, quindi l’ho fatto. Vorrei essere un uomo migliore, ma col tempo peggioro.”

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Forse la formula camminare sulle uova ha qualcosa in comune con quella di arrampicarsi sugli specchi. Il mio Philippe Petit era un mostro di talento a contorcersi con goffaggine e inadeguatezza per non precipitare su una scenografia lucida che proiettava ogni dettaglio imperfetto della sua figura. O, ancor di più, con l’immagine di vivere sugli alberi. Vicino alla società, ma dalla distanza, come una coscienza inevitabilmente condannata a una certa separatezza, conscia che questo è il prezzo da pagare affinché il gioco funzioni: l’isolamento, perché, come scrisse qualcuno a proposito di Cosimo Piovasco di Rondò, l’ironia è figura retorica della distanza. Ci vuole un gran coraggio, per accettare l’isolamento senza riscattarlo con l’auto-compiacimento della tragedia, ma piuttosto sottoponendolo alla pressione insopportabile di essere isolamento goffo, inadeguatezza, come sembra raccontare il maggiore topos delle sue tragedie: l’onanismo sfrenato.

C’è uno sketch particolarmente chiaro. In un programma televisivo viene allestito un dibattito sulla masturbazione. Da una parte c’è una giovane, e carina, attivista di un movimento religioso; dall’altra, Louie: i pochi capelli arruffati, il corpo segnato dalla mezza età e sotto al suo volto l’etichetta devastante: “Louis CK, persona che si masturba molto”. Con una battuta, il presentatore accenna alla molla che dà carica tragica allo sketch: “Vedi Louie, non è stato facile trovare qualcuno che si assumesse questo ruolo”. A parte ciò, almeno per una volta la partita sembra aperta, perché la ragazza è talmente stucchevole e bigotta che le provocazioni di Louie si muovono con baldanza, precisione, gloria. Dissacrano lei, Dio e tutta la storia degli uomini, compresi Shakespeare e Gandhi. Per una volta, stiamo per pensare, il capro non è lui. Finché la ragazza non gli chiede: “E da uomo solo, sei felice?” SDENG! Lo slapstick ricade sul povero corpo di Louie. La sicumera si tramuta in balbuzie. Poi la padellata lo tramortisce definitivamente e lo sketch si conclude con quella che sembra una citazione del vecchio topos di Stanlio: il primo piano di un volto piangente, che però questa volta riguarda uno Stanlio privo di innocenza, al quale non è consentito singhiozzare come un bambino, ma solo incassare la testa nelle spalle per rimuginare la propria vergogna nell’attesa di tornare a casa e lasciarsi andare a quella solitudine ormai denudata.

E ora, cosa è successo a Louie? Di colpo abbiamo sentito CRACK e ci siamo trovati di fronte al rosso sparso sul pavimento, ai suoi piedi macchiati, e lui è lì, che ancora incassa louie4le spalle ma, questa volta, parla: “Non c’è niente di tutto ciò che mi perdoni”. Non può essere. Il suo nome non può comparire nelle stesse sezioni dei giornali in cui si parla degli scandali di Hollywood, di quei maschi onnipotenti e arroganti che suscitano l’odio che nei monologhi di Louie suscitavano gli egoisti. In effetti, la questione è più sottile, la caduta (che c’è stata, e fa un gran male scriverlo) non è avvenuta da un trono, ma da un filo: “Il potere che avevo su quelle donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere”. Lo ha scritto in una lettera aperta che sembra la sintesi contenutistica di tutta la sua produzione: impietosa, priva di ogni auto-indulgenza, ma anche struggente nello sforzo di salvare i pochi tuorli che, forse, ancora non sono andati distrutti. “Ho passato la mia lunga e fortunata carriera dicendo tutto quello che volevo, ora farò un passo indietro e mi prenderò del tempo per ascoltare.”

I passi indietro, sul filo, sono difficilissimi. Come lo sono sulle uova, sulle pareti di specchi e sui rami degli alberi. Perché se l’ironia è figura retorica della distanza, ora che si è rotto il giocattolo retorico il sacrificio di quel capro smette di essere esilarante. Se Stan Laurel sta piangendo sul serio, allora non è più Stanlio, ma Edipo, alla meglio Amleto. Ora che la maschera di Louie è cambiata, di colpo ci aspettiamo un altro finale: ascoltandolo, speravamo di trovarci aggrappati finalmente a una mongolfiera e librarci in cielo, adesso sappiamo che non succederà, perché quello che avverrà, se avverrà, sarà a partire dal capitombolo, dalla caduta nel vuoto, sarà secondo le leggi della gravità.

A costo di svelare sul finale il senso, ovvio, della metafora, il punto è che la produzione artistica di Louis CK era creazione autenticamente umanistica. Al centro c’era la condizione umana: le sue miserie, le sue possibilità. Ora che il portatore di quella ricerca sta precipitando, cosa sarà di quei contenuti?

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