TOM LEHRER – Live in Copenaghen (1967)

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Cari figli del partner,

oggi saremo i vostri Alberto Angela e vi condurremo per mano in un viaggio indietro nel tempo negli anni ’50 e ’60, all’epoca in cui i trending topic su Twitter erano #doomsdayclock, #countdown, #nuke, #lavoltabuona. Conosceremo uno dei pionieri della satira brutta e cattiva, quella che più titilla i nostri esigenti palati. Stiamo parlando del pianista satirico Tom Lehrer che, nonostante un’opera omnia di sole 37 canzoni registrate tra il 1953 e il 1965, ha spostato molto in alto l’asticella di comicità e satira future.
Lo spettacolo che vi porgiamo è del 1967: siamo in piena guerra fredda, il ’68 è alle porte, qualche anno prima si è svolto il Concilio Vaticano II, Lenny Bruce è stato già arrestato per aver detto cocksucker, Woody Allen non si è ancora dedicato a tempo pieno al cinema e la satira politica di Mort Sahl è al suo apice.
Fate una cosa: guardatevi subito il concerto, che parla da sé. Un concerto che, tra apocalissi nucleari, inquinamento, Vaticano, elogi alla pornografia e un delizioso gusto per il macabro, posiziona a buon diritto Tom Lehrer nell’empireo dei comici satirici, oltre a essere un documento storico unico.


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When Kissinger won the Nobel peace prize, satire died

Lo show che avete appena visto è stata praticamente l’ultima esibizione dal vivo di Lehrer, eccezion fatta per qualche sparuto episodio. Tom Lehrer è un enfant prodige della matematica (a 15 anni era già ad Harvard) che aveva trasferito in musica la sua sociopatia. I suoi sono brani pianistici nella forma allegri e frizzanti (tango, rag, ballate, inni, marcette, valzer) dalle rime aggraziate ma dai contenuti aspri e devianti. Abbondano le rasoiate all’indirizzo dei bersagli più politically correct, come la fratellanza razziale (“National Brotherhood’s Week”) i Boy Scout (“Be Prepared”) il Sud rurale (“I wanna come back to Dixie”, con 40 anni di anticipo su Twin Peaks), la terza età (“When you are old and gray”) o l’amore romantico (“I hold your hand in mine”). Si passa da un’arietta sull’avvelenare i piccioni a un motivetto spensierato, “So long, mom”, in cui un soldato si avvia placidamente all’olocausto nucleare. Insomma, c’è un brano per ogni macabra perversione, ma anche divertissement come “The Elements”, filastrocca che elenca tutti gli elementi della tavola periodica. “I got it from Agnes” non viene mai incisa ma fa dare di gomito a molti, qui in una estemporanea versione live del 1980.

 

Come per molti fenomeni dell’epoca (Mad Magazine, Mort Sahl), la popolarità di Lehrer parte dalle università. Finisce sulla bocca di tutti nel 1945 con la sua prima canzone, “Fight Fiercely Harvard”, che metteva sottilmente in dubbio la forza della squadra di football di Harvard (“How we shall celebrate our victory / We’ll invite the whole team up for tea!”).

Alla fine del percorso accademico, Lehrer decide di incidere le canzoni che aveva composto ad Harvard per offrirle come souvenir ai compagni e nasce così Songs by Tom Lehrer, disco che si sparge in ogni dove grazie al passaparola. Lehrer prende atto del successo e fonda un’etichetta discografica, iniziando a vendere i dischi per corrispondenza. Dopo mesi di impacchettamenti e andirivieni dall’ufficio postale, Lehrer si sente pronto per una casa discografica vera, ma tutte quelle a cui si rivolge si rifiutano di ingaggiare l’autore di brani su pusher di provincia (“The Old Dope Peddler” ) o su ragazze che ammazzano la famiglia e cucinano il fratello (“The Irish Ballad”).
“Un dirigente della RCA mi disse: ‘No, non possiamo pubblicare questa roba, non vogliamo che qualcuno boicotti i nostri prodotti'”, ricorda Lehrer, “Eppure se sentivi il disco era innocuo, dicevo al massimo una volta ‘hell’.”
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Lehrer continua quindi a distribuire i suoi dischi da solo, non tutti in patria. “In America ero solo un piccolo culto, invece mi ha sorpreso che in Inghilterra la BBC riproducesse in radio il disco per intero, si vede che hanno degli standard meno elevati.”
Nei primi anni ’60 Lehrer sembra destinato a diventare un caposaldo della scena culturale americana il cui fermento sarebbe poi sfociato nel movimento sessantottino. Fino al 1965 compone canzoni per la versione USA del programma TV That Was The Week That Was (un progenitore del Saturday Night Live) ispirandosi a temi d’attualità come la questione razziale (“National Brotherhood Week”), l’inquinamento (“Pollution”), l’imperialismo americano (“Send the Marines”) e la proliferazione nucleare (“Who’s Next?” e “MLF Lullaby”).
Scrive anche una canzone sul famoso scienziato Wernher von Braun (a cui anche Umberto Eco dedicò il saggio iniziale di Diario Minimo). “Wernher von Braun era un esperto di missili nazista che, subito dopo la fine della guerra, fu accolto dall’America a braccia aperte. Scrisse la sua autobiografia, che io parafrasai con “Miro alle stelle e a volte colpisco Londra” e si trasferì in Alabama, che probabilmente all’epoca era lo stato americano più simile alla Germania nazista, e continuò lì imperterrito il suo lavoro sui missili. È incredibile quanti scienziati abbiano apprezzato il brano senza accorgersi che parlava di loro.”
Lehrer accetta di collaborare a That Was The Week That Was a patto di non comparire mai in video e i brani vengono affidati a una cantante e i testi modificati dai censori.
Tom a questo punto della sua carriera è sempre più insofferente, smette del tutto di comporre e preferisce andare ad insegnare teatro musicale all’Università di Santa Cruz, California. Passerà tutta la vita a dividersi tra gli impegni in ateneo e la sua vecchia casa di Cambridge, Massachusetts.

Torna in scena dal vivo proprio nel 1967 a Copenaghen, l’ultima esibizione per cui fu pagato (“Un buon modo per viaggiare a spese altrui”).
Lehrer nutriva simpatie politiche per Adlai Stevenson, il candidato democratico alle presidenziali del 1952 e 1956 per due volte perdente contro Eisenhower. La duplice sconfitta di Stevenson segna la fine di una certa corrente intellettuale all’interno del Partito Democratico, e forse di riflesso costituisce anche il tramonto dell’epoca d’oro di Tom Lehrer. “Le cose che prima credevo divertenti ora mi fanno paura”, dice in un’intervista del 1982 in cui lo si invitava a tornare in scena, “Mi sento sempre più come un abitante di Pompei a cui viene chiesto di fare battute sulla lava.”

Nel corso degli anni non ha mai ceduto alle lusinghe del mondo dello spettacolo. “La gente vuole rivedermi così come va in pellegrinaggio alla tomba di Lenin. Per vedere cosa rimane di uno che un tempo era famoso. Sarei la parodia di me stesso, quindi a meno che non abbia canzoni nuove non farei mai altri concerti. E non ne ho, quindi il problema non si pone. E anche se ne avessi [ha scritto una canzone sull’aborto dal titolo “Bye Bye Baby” che non sentiremo mai, ndr] non lo farei perché richiederebbe un sacco di prove.  Se ripenso a tutto quello che ho fatto non ci credo. Non poteva essere né un mestiere né un divertimento”.

I suoi brani sull’inquinamento e sulla guerra potevano fare di lui un eroe civile, ma Lehrer si è tirato indietro proprio alle soglie del ’68. “Il consenso liberale si era frammentato. So di parlare come un nonnetto, ma tutti ora sanno che i linciaggi, la guerra, la povertà sono brutti, ma il femminismo? Israele? L’affirmative action? Non so più da che parte stare, e se in una canzone dico ‘Questo, però d’altronde quest’altro, ma anche quest’altro ancora’, allora non fa più ridere”, dice Lehrer in un’intervista degli anni ’90. “La gente non aveva più voglia di ridere, ma voleva marciare, e le canzoni che andavano per la maggiore ovviamente non avevano nulla di ironico. Bob Dylan o Phil Ochs si sentivano importanti e credevano di convincere qualcuno. “Give peace a chance”, certo, ci crediamo tutti, ma non mi pare che funzioni così. Una certa generazione credeva di realizzare qualcosa e nel frattempo la gente votava per Nixon. Mi piace citare Peter Cook, che parlava dei cabaret berlinesi degli anni ’30 e di come riuscirono a fermare Hitler e la Seconda Guerra mondiale.”

La comicità per Lehrer serve più che altro a non sentirsi soli: “Non si può convincere qualcuno di una cosa in cui già non crede, di sicuro un membro del Congresso non ascolta M.L.F. Lullaby e cambia il suo voto, però conosco persone che hanno ascoltato “The Vatican Rag” e hanno pensato: ‘Ehi, c’è qualcun altro che come me trova divertenti queste cose, allora non fa ridere soltanto me’.”

Anche se nel 1973 Lehrer dichiarò che assegnare il Nobel per la pace a Kissinger aveva reso obsoleta la satira, Lehrer nega di aver smesso di comporre canzoni per questo motivo. “Avevo perso interesse, non mi piace andare in tour, mi annoia ripetere le stesse canzoni ogni sera. Dopotutto a che servono gli allori se non puoi dormirci sopra?”

Traduzioni: Giuliano Gabrini, Luca Paini, Adrien Vaindoit
Revisione: Gargiulo Elettrauto S.A.S.

Tutti i testi originali delle canzoni potete rinvenirli su Spotify

Comments (4)
  1. Marco 9 marzo 2016
    • Adrien Vaindoit 9 marzo 2016
      • Marco 10 marzo 2016
  2. oniram 15 marzo 2016

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