PAUL KRASSNER – Chi decide cos’è osceno?

Chi decide cos’è osceno?

In questa intervista del 2009 Paul Krassner, leggendaria icona della controcultura americana, prova a rispondere all’annosa domanda, parla dell’impatto sulla satira della presidenza Obama, di internet, dello stato attuale della stampa alternativa e molto altro.

Più divertente di Danny Kaye, più potente di Jerry Lewis, tanto importante quanto gli acidi. Questo è stato per me Paul Krassner negli anni ’60. Spiego. Mentre l’America entrava nell’età dell’oro, io conducevo una doppia vita. Ero già un indisciplinato e un anticonformista fin dalla prima elementare. Uno sviluppatissimo sprezzo per l’autorità mi aveva fatto cacciare da tre scuole, dai chierichetti, dal coro, dal campo estivo, dai boy scout e dall’aviazione. Non avevo fiducia nella polizia nè nel governo, e non mi piaceva alcun tipo di capo. Avevo cominciato a fumare erba a 13 anni (1950), atto inaudito in un quartiere all’antica di immigrati irlandesi. Così passai la mia adolescenza. Ma i miei sogni lavorativi avevano un sapore diverso. Fin da giovanissimo, avevo sempre voluto fare il comico, come Danny Kaye e Jerry Lewis. Era un obiettivo comprensibile per una persona un po’ disadattata, ma era un sogno decisamente mainstream. Per sfondare era necessario seguire certe regole e compiacere il pubblico. Ed è quello che feci. Il mio legame con l’erba e il mio sprezzo per le consuetudini aumentavano, ma erano in secondo piano rispetto alla mia voglia di successo. Il Playboy Club, Merv Griffin, Ed Sullivan e il Copacabana furono tutte tappe di un cammino che trovavo sgradevole ma necessario durante i primi anni ’60. Ma appena il decennio raggiunse il culmine e il Paese cambiò, cambiai anch’io. Nonostante lavorassi all’interno del “sistema”, mi ritrovai a bazzicare per caffè e locali con altra gente “fuori dal coro” che rientrava più o meno nella definizione di beatnick e hippy. I capelli crebbero, i vestiti divennero più strambi, la musica migliorò. Divenne sempre più difficile per me lavorare per il grande pubblico. Cominciai a prendere acidi e mescalina. La mia percezione di essere al di fuori si intensificò. Cambiai. Per tutto questo periodo, il sostegno e le motivazioni mi venivano da The Realist, l’incredibile rivista di satira, rivoluzione e irriverenza pura fondata da Paul Krassner. Mi arrivava ogni mese, e con essa, un carico nuovo di ispirazioni. L’importanza che ebbe per me a quell’epoca fu inestimabile. Mi permise di vedere come coloro che erano in contrasto con l’opinione dominante erano tutti impegnati a esprimere il loro dissenso facendo uso di uno humour spregiudicato. La stessa scrittura di Krassner, in particolare, mi sembrava coraggiosa e ardita; si assumeva dei rischi consistenti e diceva cose importanti in maniera incessantemente esilarante. Io dentro di me sentivo che forse possedevo anch’io un po’ di quelle abilità; che forse avrei potuto usarle per esprimere meglio le mie opinioni. The Realist su la fonte d’ispirazione che mi spingeva costantemente a migliorare. Era impossibile continuare a leggerlo e non cambiare. La mia metamorfosi durò un anno o due e, in prossimità degli anni ’70, trovai il mio stile comico, così come The Realist trovò inesauribili bersagli in Nixon, Agnew, Kissinger e nei molti criminali repubblicani che hanno sfilato durante la nostra vita. Nemmeno la disco riuscì ad appannare la luce di Paul, che negli anni seguenti diventò anche più luminosa, come i suoi primi libri dimostrano. I lettori di Playboy, High Times, LA Weekly e del Los Angeles Times hanno tutti tratto beneficio dalla sua informata e oltraggiosa sensibilità, dal suo dissenso intelligente e dal suo immortale spirito di disobbedienza civica. Il divertimento e le risate sono la ciliegina sulla torta e sono sempre presenti nelle sue collezioni di ricordi, reportage, illuminazioni, fantasie e pure allucinazioni. In ogni caso, conservo ancora la mia collezione di numeri di The Realist degli anni ’60 e ’70. Li tengo avvolti in una borsa di plastica di second’ordine, coi colori della bandiera americana con scritto su un lato: “Convention Nazionale Democratica 1968”. Io non c’ero, ma ero rappresentato da Paul Krassner.

George Carlin

      

Comments (2)
  1. oniram 25 marzo 2014
    • Adrien Vaindoit 25 marzo 2014

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