WOODY ALLEN – Stand-up comic (1964-1968)

woody

Carissimi figli della terza repubblica,

Ecco a voi la PRIMA PARTE COMPLETA DIVISA IN 3 della traduzione italiana degli esordi da stand-up comedian di Woody Allen, non disponibili in video ma raccolti su disco in una esaustiva compilation con cui pareva bello inaugurare questo nuovo sito. Ci sono tutti i grandi classici e le battute più famose, quella dei tizi che spingono l’auto, quella dell’esame di metafisica, pure quella dell’alce che saprete già a memoria. Pubblicheremo a puntate la seconda parte della traduzione a scadenze rigorosamente irregolari, ma ci prefiggiamo di portare a termine il lavoro entro la prossima eclissi solare di luna.

A corredo del tutto, tanto per non farci mancare nulla, un’intervista concessa al The Realist di Paul Krassner proprio nello stesso periodo, siamo nel 1965 e Woody ha appena finito di girare il suo primo film, nelle vesti ancora di solo sceneggiatore, What’s New Pussycat?.

I

Ehi, credevo che non fumassi
Non fumavo. Beh, originariamente fumavo, da giovane. E iniziai a fumare sempre di più. Allora cominciai a pensare che forse mi avrebbe fatto male. Così smisi di fumare, ero molto giovane. E non ho fumato per anni. Poi un giorno uscì il rapporto del Ministero della Salute secondo cui il fumo può uccidere, e ricominciai a fumare. Non consciamente per quel motivo. Solo che all’improvviso quel giorno sentii l’impellente bisogno di fumarmi una sigaretta. E da allora non ho più smesso.

Come scappi, o ti isoli, dalle tragedie del mondo?
Direi che mi isolo. Evito totalmente l’argomento, è questa la verità. Mi alzo la mattina, mi butto sul lavoro e ci rimango, ascolto dischi. L’isolamento è la cosa migliore. Non mi immischio, eccetto per alcuni contributi che talvolta fornisco in forma anonima ad organizzazioni che lottano attivamente.

Quali di preciso?
L’American Civil Liberties Union, tutti quei gruppetti, quelle cose che mi sembri facciano un buon lavoro, mi piace contribuire, o aiutarli, o favorirli quando me lo chiedono. Ma non mi immischio personalmente. Per come l’ho sempre vista, io sono solo un comico. E l’unica cosa che posso fare per loro è contribuire con dei soldi.

Ti accusano di non essere un comico controverso.
Mi dà fastidio ogni volta, anche se non mi capita molto spesso, essere giudicato secondo criteri che non hanno nulla a che fare con quello che mi interessa o che cerco di fare. Io credo che un comico debba andare alla ricerca esclusivamente della risata, i significati sociali e cose di questo tipo sono aspetti puramente secondari. Ci sono dei comici che secondo me vogliono renderli aspetti primari. Penso che commettano un errore. Penso che un comico sia prettamente un intrattenitore, perciò quando mi esibisco voglio solo far ridere. Non può fregarmene di meno di non affrontare l’immigrazione, la politica o i timori dell’era nucleare. Voglio solo far ridere così come faceva Groucho Marx, abbassandomi i pantaloni e facendo tutte le battute che mi pare, e non mi piace essere criticato come se fossi un commentatore sociale.
Penso che questo valga anche per tutti i comici contemporanei. Vale per Lenny Bruce, per Mort Sahl, loro, quando sono al loro meglio, fanno prima di tutto ridere. Quando vado a vederli, voglio ridere. E finché mi fanno ridere sono bravissimi per quanto mi riguarda. Questa è la cosa importante. Sono prima di tutto dei comici.
Io non ho nessuna pretesa. La cosa importante da notare è che il messaggio di un comico non è mai esplicito. Per esempio, i fratelli Marx fanno A Night at the Opera, ma non stanno lì a dire “L’opera lirica è così” o “La pomposità è così”. Si preoccupano di far ridere e basta, e poi tu ti ritrovi a non vedere più con gli stessi occhi un’opera lirica. E lo stesso vale per Lenny Bruce e Mort Sahl, il messaggio è implicito nella loro personalità. Quando assisti a un loro spettacolo non rispondi tanto al contenuto di ciò che dicono (naturalmente non c’è niente di male in questo), ma al contatto con il loro particolare tipo di personalità, è quella certa immagine che danno di sé che può dirti qualcosa o meno e che può influenzare il tuo modo di guardare il mondo, non quello che dicono.

 

II

 

Anche se non sei un comico scomodo, anche tu sei incappato in problemi con la censura.
Beh, riguardavano le apparizioni televisive, non c’è molta censura nei club. Ma in televisione mi è capitato un po’ di volte. Ed è interessante, perché io non sono affatto scomodo e sono strane le cose per cui si offendono.  Ho detto “metodo contraccettivo ritmico” in televisione e hanno tagliato la parola “ritmico”, cosa che ritenni abbastanza singolare. Molto strano.

Quel taglio non ha rovinato il pezzo?
L’ha reso perfettamente inutile.

Eppure la gente da casa ha sentito il pubblico in studio ridere e ha pensato “beh, dev’essere divertente”.
E’ proprio quello che è successo. La battuta era “Praticava con suo marito il metodo contraccettivo ritmico, ma non riuscivano ad andare a tempo”. E’ successo due anni fa. Non avevo avuto ancora molte noie con la censura in televisione, ma quello che mi colpisce ogni volta è che trovano censurabili le cose più strane. Quando sono stato in tv a Londra, ho notato che lì hanno un po’ più problemi con il sesso, però si può prendere in giro la religione in un modo che noi ci sognamo. E’ incredibile, attaccano il Papa come se niente fosse. Lo ricoprono di battute, ma non solo. Lo trattano come se fosse una macchietta in un modo nemmeno lontanamente immaginabile per la televisione americana. Invece, sempre a Londra dissi in tv “palpeggiamento avanzato” e ci su uno shock tremendo sulla parola “palpeggiamento”, parola che qui avevo detto in tv molte volte senza alcun tipo di problema.

Una parola che tagliano via spesso in tv è “Dio”. Un bambino potrebbe pensare che sia una parolaccia.
Già, non si può dire “Dio” in televisione.

A parte la domenica mattina.
Ma non puoi usarlo in una battuta. Ho dovuto sostituire la parola “Dio” con “Bibbia” in tv. Non era una battuta offensiva. Una volta volevo dire in tv la battuta: “I comandamenti dicono: non commettere adulterio. Però secondo lo stato di New York è necessario per divorziare, quindi è un braccio di ferro tra Dio e Rockefeller (Governatore dello Stato di New York dell’epoca, ndt)”, però ho dovuto dire “tra la Bibbia e Rockefeller”. E’ uno strano codice.

Puoi citare il libro ma non l’autore. C’è un altro tipo di censura televisiva, quella per cui non vieni neanche invitato a esibirti.
Sì. La prima volta in assoluto che sono apparso in tv fu nello show di Jack Paar, in cui feci il mio pezzo sul sesso e il cibo. Parlava di queste isole in cui il sesso era una cosa normale ed era visto con molta apertura mentale mentre il cibo era considerato una cosa sporca. Dove dei tipi strani ti avvicinano per strada e ti dicono: “Ehi bello, ti va un po’ di pane di segale?” oppure “Posso procurarti una foto di un panino grigliato al formaggio”. E dove ci sono donne che mangiano rosette senza spalmarci formaggio fuso e se domandi loro il perché, ti rispondono: “Io certe cose non le faccio”. E dove una volta un tipo a una convention fece il check-in in hotel e chiese al tizio delle ascensori di procurargli un’insalata mista. Lui mangiò l’insalata durante la notte, si rimise i pantaloni e tornò a casa. E la definì un’esperienza molto vuota. Il tenore del pezzo era questo. Lo feci davanti allo staff di Paar, piacque a tutti e dissero che sarebbe stato un successo, quindi lo feci durante il programma e fece ridere molto, però Paar, che lo ascoltò solo in quel momento, lo considerò un pezzo offensivo e non lavorai per il suo programma per anni. Tornai appetibile per loro solo quando avevo ormai sfondato come comico, ma per tutte le puntate che fece prima di allora non mi richiamò. Ero una sorta di persona non gradita.

E che mi dici della censura in cui sei incappato come autore televisivo?
Ho avuto molti meno problemi, perché non mi spingevo mai oltre un certo limite. Sai, se mi chiedono di fare un’apparizione in tv e penso: “Beh, prendiamo un po’ di materiale da quello che faccio nei club”, sicuramente incapperò in problemi di censura. Ma in tv, quando prefabbrichi la cosa fin dal principio, non ti viene proprio in mente di scrivere qualcosa di anche vagamente censurabile. Quando scrivevo per Garry Moore, Sid Caesar o qualsiasi altro show per cui ho lavorato, ero così attento al problema della censura che non mi azzardavo nemmeno a inserire elementi che sapevo avrebbero incontrato problemi. Quindi non ho avuto a che fare con molta censura. Spesso gli altri autori mi dicono, ed è vero, che esagero. Ti ritrovi in una situazione stranissima, sei seduto in una stanza, ti viene un’idea e dici: “Nah, meglio di no, è un argomento delicato”. Anche se magari nessuno, nemmeno gli sponsor, si sognerebbe di censurare. Lo fai perché ti hanno fatto una specie di lavaggio del cervello.

III

Pensi che gli show di seconda serata abbiano modificato la vita sessuale delle persone?
Sarei sorpreso se fosse così. Non saprei proprio. Non sono in grado di esprimere pareri qualificati su questo. Di sicuro non hanno affatto migliorato la mia.

Non intendevo questo. Prendiamo la tipica coppia sposata. Devono svegliarsi presto al mattino e stanno guardando un late show dopo una dura giornata di lavoro, bambini, faccende di casa, eccetera, e il programma finisce all’1 di notte. A quell’ora saranno troppo stanchi.
Non penso, comunque. Voglio dire, se vuoi fare l’amore e hai come ostacolo il Johnny Carson show, beh, non mi sembra che i tuoi spiriti siano così bollenti. Oppure lo fai prima del Carson show…

In questo caso l’influenza c’è.
Intendi: “Facciamo in fretta che…”?

Esatto. “Fai presto che c’è Carson!” Non mi sembra un sesso molto spontaneo.
Non importa. Non sono un sostenitore della spontaneità nei rapporti sessuali. Non potrebbe importarmi di meno. Li trovo piacevoli in qualsivoglia circostanza, siano essi spontanei, programmati, a tarda ora quando si è stanchi. Sai, in fin dei conti è come la spontaneità nella comicità. Se fa ridere, non importa quanto sia programmata a tavolino. E lo stesso vale per il sesso.

Ci potrebbe essere una soluzione di compromesso, in realtà. La gente potrebbe essere più incline a provare nuove posizioni così da poter copulare e contemporaneamente guardare il Johnny Carson Show.
E’ vero. E’ dalla necessità che proviene il più grande stimolo all’innovazione. Ma dubito seriamente che il Carson Show, o qualsiasi altro Late Night show abbia avuto, eccetto in rari, rarissimi casi, un’influenza significativa sulle abitudini sessuali. Lo dico senza alcuna conoscenza dei fatti, è un’ipotesi basata sul buonsenso.

Sei appena tornato da Parigi, dove hai girato il tuo film. E’ stato interessante lavorare con delle spogliarelliste?
E’ stato completamente asessuale. Mi ha quasi rovinato tutto. E’ come uno chef che lavora in cucina, capisci? Mi ha rovinato l’intera esperienza. Ho lavorato a What’s New Pussycat? con bellezze di ogni tipo, dozzine delle modelle più belle del mondo che erano vestite, svestite così come possono essere in Francia, ed è stata un’esperienza totalmente immunizzante. Non provavo più nulla. Potevo stare in una stanza con cinque spogliarelliste nude senza pensare a nulla di sessuale. Non c’era un decimo della sensualità di una segretaria seduta alla scrivania con la gonna che le si solleva leggermente, quella sì che è una situazione quasi da tentato stupro. Ma con quelle ragazze, che erano tutte bellissime, non c’era niente di tutto ciò. E’ stato come lavorare in una palestra.

[continua…]

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